Il merito, un manifesto per le aziende

di Barbara Weisz

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Nella Lettera di marzo del Club Ambrosetti, una proposta per le aziende che vogliono puntare sulla meritocrazia. La situazione in Italia.

Un manifesto per il merito, basato su quattro principi vincolanti per le imprese che aderiranno: dichiarazione formale dei valori aziendali, riconoscimento del valore del benessere collettivo, metodologie di valutazione dei risultati rigorose e trasparenti, massima valutazione di competeneze e talento in fase di selezione. L’iniziativa è lanciata dal Club European House Ambrosetti, con la Lettera Club di marzo. E rappresenta il momento conclusivo di un rigoroso ragionamento sulla meritocrazia in Italia che molti ritengono, si legge all’inizio del documento, “una grande questione nazionale”.

Si parte dalla definizione del concetto: la meritocrazia è una «concezione sociale per la quale si ritiene legittimo che successo, prestigio e potere si conseguano per doti, capacità e risultati». Per quanto il merito possa essere difficile da misurare, si possono individuare una serie di sintomi negativi della situazione italiana. Innanzitutto, la scarsa mobilità sociale: secondo i dati della Banca d’Italia (Measuring wealth mobility, 2009) , «negli ultimi 10 anni la probabilità delle famiglie italiane di spostarsi in modo permanente verso classi di reddito nettamente diverse è stata solo del 5%».

Quindi, le elevate diseguaglianze fra uomini e donne. I dati dello Human Development Report delle Nazioni Unite indicano che l’Italia a questo proposito è ultima in un confronto fra paesi significativi (Usa, Gb, Giappone, Francia, Germania, Spagna e Norvegia). Ed è scarsa la presenza femminile ai vertici delle aziende: 3%, contro il 32% in Norvegia, il 12% in Inghilterra, l’11% in Germania.

In terzo luogo, una limitata attrattività dei talenti. Secondo il recente forum “Economia e società aperta” di Università Bocconi e Corriere della Sera, il 19% dei ricercatori italiani espatria, mentre arriva nella Penisola solo lo 0,7% di quelli provenienti dai paesi Ocse. Infine, nella Penisola è carente la cultura del merito.

Ci sono una serie di fattori pratici che tolgono spazio al merito: l’affiliazione, ovvero i meccanismi di nepotismo o raccomandazione; gli automatismi, come i riconoscimenti di carriera esclusivamente legati all’anzianità; la circolarità, cioè i meccanismi in cui ci sono conflitti di interesse fra controllante e controllato; l’opacità, una mancanza di trasparenza che lascia spazio a scelte discrezionali.

Per promuovere nel paese uno sviluppo della cultura meritocratica, gli attori considerati più rilevanti sono la famiglia, la scuola e il mondo del lavoro. In quest’ultimo caso, è importante che i risultati siano premiati «nel modo più efficiente, efficace, corretto e trasparente possibile». E qui si inserisce la proposta relativa al manifesto per il merito. Le imprese che aderiranno dovranno impegnarsi a una «dichiarazione formale e pubblica dei valori aziendali, della necessità di una visione del futuro e degli obiettivi ad essa correlati».

In secondo luogo, è richiesto l’impegno a riconoscere e promuovere il valore del benessere collettivo attraverso sistemi di regole che «alimentino e premino l’autovalutazione e l’autoresponsabilizzazione». Quindi bisogna adottare metodi di valutazione dei risultati «coerenti con valori, visione del futuro e obiettivi» e applicarli «in modo rigoroso e trasparente». Infine, è necessaria una «neutralità assoluta in fase di selezione rispetto a geografia, sesso, censo ecc. dei candidati e massima valorizzazione di competenze e talento».

Perchè, come scriveva Francois de La Rochefoucauld nelle sue Massime (1678): «esiste merito senza successo, ma non esiste successo senza qualche merito».