Banche: gli “indignados” arrivano a Wall Street

di Liliana Adamo

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New York, Usa: il movimento Occupy Wall Street è contro banche e lobby. L'ondata dei Tea Party rifiuta l'ingerenza pubblica e l'attuale presidenza.

Si amplifica il dissenso degli indignados Usa: dopo l’assedio di Wall Street, gli arresti e gli scontri sul ponte di Brooklyn, gli echi della protesta arrivano a Boston, a Washington DC e a Chicago.

“We are 99%”. Siamo il 99%, insomma. Ecco un movimento eterogeneo e non politico, con migliaia di persone provenienti da differenti situazioni e tante zone degli States: gente comune, giovani disoccupati, ex dipendenti che hanno perso il posto di lavoro, pensionati, veterani, nuclei familiari con tanto di figli a seguito; accusano le anomalie di un sistema finanziario che ha annientato l’economia reale, le lobby e le corporation.

Responsabili della perdita di milioni di posti di lavoro sono i bankiller, slang fra i più “garbati”, per definire le banche e i mefistofelici trader, artefici dei mutui subprime a tassi d’interesse divenuti insostenibili, fino ai “derivati”, frutto d’ingegneria finanziaria, titoli “tossici” che “cubano” circa dodici volte il Pil mondiale, in un perverso ingranaggio d’interscambi, dove, in realtà, la ricchezza è pari a zero.

Gli indignados americani hanno creato un blog (occupywallst.org), sempre aggiornato; si ritengono delusi da Barack Obama, che hanno votato e appoggiato durante una straordinaria campagna elettorale. Sfilano a Wall Street, Brooklyn, Lower Manhattan mentre restano costantemente presidiati i giardini dello Zuccotti Park, dove è partita la protesta, in una sorta di Piazza Tahrir del Cairo; a sostenerli, le star hollywoodiane più liberal, come l’attrice Susan Sarandon e il regista Michael Moore.

Emblematiche le parole di Michael Bloomberg, sindaco miliardario di New York, intervenuto a difesa dei poliziotti, accusati d’aver usato mano pesante contro i dimostranti – guadagnano 40mila, 50mila dollari l’anno, e fanno fatica ad arrivare a fine mese…- Facile ritenere colpevoli le persone sbagliate, le banche responsabili e via discorrendo. Sono solo una parte del problema, come Freddy Mac e Fanny Mae, le agenzie federali per la concessione dei mutui, il Congresso, la gente comune, compreso me e tutti quanti”.

E se per gli indignados di mezzo mondo, in principio ci fu un libro, un pamphlet scritto da Stephanè Hessel per incitare i giovani ad arrabbiarsi, recuperare le ambizioni con la voglia di cambiare la società e poi c’è stata la crisi economica, per l’altra faccia dell’America che s’identifica nel movimento del Tea Party, in principio ci fu una vera rivolta, quella mitica dei coloni di Boston contro le tasse britanniche nel 1773.

Fautori di quel reaganismo che si contrapponeva al “malessere” post Vietnam e Watergate, di loro ha causticamente scritto Maureen Dowd sul New York Times: “Non sono conservatori tradizionali o repubblicani di Sara Palin e di Glenn Beck (la rivelazione televisiva di FoxNews contro le politiche “socialiste” di Obama), i Tea parties non vogliono tornare agli anni Cinquanta, semmai al Settecento.

Con un “There’s mourning in America, al posto di “It’s morning again in America” (spot elettorale in cui si auspicava, con Ronald Reagan, a un nuovo epicureismo economico), la leadership di Obama ha reso – l’America in lutto – alle prese con disoccupazione, debiti e pignoramenti. Un nuovo spot recita di come il paese stia svanendo in una condizione di recrudescenza, ma soprattutto, spiegano i Tea parties, di come “lo Stato abbia preso il controllo sulle nostre scelte di vita”.

The right nation non è più ottimista, sicura e idealista, non guarda avanti ma indietro, il “malessere” americano è riapparso e questa volta, invocato da una destra fuori dagli schemi. Sulla crisi economica hanno le idee chiare: niente spreco di soldi pubblici che peraltro non ci sono, meno tasse che indebiteranno le generazioni future e, soprattutto, via ogni intromissione dello stato. E’ lampante, per esempio, di come la determinazione della Casa Bianca a prendere provvedimenti sulla sanità, impegnando fondi pubblici, abbia reso inarrestabile il malcontento e la protesta.

Sfilano in divisa da patriots settecenteschi inneggianti la Costituzione, nutrendo un’assoluta devozione per i padri fondatori e l’individualismo, da sempre bandiera di un’America “libera” e libertaria. Al contrario degli Indignados, prepongono alla politica istituzionale, presentandosi alle prossime elezioni come i partiti tradizionali.

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