Lavoro e cassa integrazione: le strategie del governo

di Andrea Barbieri Carones

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La strategia del governo per la riforma del mercato del lavoro si basa su 2 punti cardine: flessibilità e stop alla cassa integrazione straordinaria.

Tra le proposte del governo per riformare il mercato del lavoro c’è la modifica della Cassa integrazione, istituto che il governo Monti ritiene troppo costoso e fuori dal tempo. “La riforma in questo senso è un capitolo importantissimo del nostro programma” ha detto il ministro del Lavoro Elsa Fornero in occasione del tavolo aperto con i sindacati per parlare di questo tema.

Il governo è orientato a limitare al massimo l’uso della cassa integrazione, puntando solo su quella ordinaria che copre un periodo di 52 settimane e che è a carico delle imprese, a differenza di quella straordinaria che prevede invece che il lavoratore riceva un assegno dall’Inps in caso di ristrutturazione, riorganizzazione, riconversione o fallimento dell’azienda o di crisi di un determinato settore. In questo caso – molto oneroso per le casse dello Stato – attualmente c’è un limite massimo di 2 anni consecutivi anche se prorogabili attraverso decisioni che poco hanno di economico e molto di politico.

Ed è su quest’ultimo punto che è arrivato lo “stop” dei sindacati alla possibilità di riforma della Cigs: “L’assegno non si tocca”. In pratica: gli incontri fino a questo momento abbastanza pacifici tra le due parti potrebbero trasformarsi in battaglie roventi. “Da parte nostra proseguiremo col dialogo con i sindacati – ha detto Mario Monti – e non andremo avanti con decreti legge. Tuttavia occorre arrivare a una decisione in tempi brevi tenendo presente che aprire un paracadute per i lavoratori è diventato economicamente impossibile”.

Secondo alcune stime, un sistema di tutela dei lavoratori costerebbe tra i 12 e i 15 miliardi di euro l’anno.

Per questo il ministro Fornero ha proposto di utilizzare parte delle risorse della Cigs e “travasarle” nell’istituto della Cig ordinaria, che andrebbe valutata con la finalizzazione di rientro al lavoro con un massimo di 52 settimane di assistenza finanziaria per ciascun lavoratore. In caso di mancato rientro in azienda, interverrebbe una misura completamente nuova in Italia – ma presente in alcuni Paesi stranieri – che è il reddito minimo garantito o una indennità che risarscisca il dipendente.

Su questo punto, il modello di riferimento sembra essere quello in uso in Danimarca: licenziablità più facile (come da anni l’Ue chiede all’Italia), ottima tutela economica per i periodi di disoccupazione, periodi di formazione e “reintegro vincolato”: se un lavoratore col sussidio per la seconda volta rifiuta un’offerta di lavoro, l’assegno scompare.

Per quanto riguarda invece i contratti di lavoro, se non si riuscisse a creare il “contratto unico“, il ministro Fornerò ritiene che si possa arrivare a quota 4 o 5, mantenendo in piedi quasi certamente il lavoro interinale e l’apprendistato. Questa del contratto unico, però, sempre l’ultima questione da mettere sul tavolo delle trattative.