Isfol, stipendi: cresce il gap tra precariato e posto fisso

di Teresa Barone

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Lavoratori a tempo determinato pagati il 28% in meno dei dipendenti fissi: i dati Isfol mettono in luce il gap salariale tra precariato e posto fisso.

Cresce il gap salariale tra i dipendenti a tempo indeterminato e i tanti lavoratori precari: lo afferma l’Isfol sulla base dei dati rilevati nel 2011, quantificando il divario tra le due classi retributive come superiore al 28%. Lo stipendio base di un lavoratore precario, inoltre, non supera i mille euro al mese, fermandosi a 945 euro contro gli oltre 1300 che caratterizzano la busta paga di coloro che hanno il cosiddetto posto fisso.

L’Isfol rende note cifre preoccupanti che confermano come la categoria dei lavoratori a tempo determinato rappresenti, effettivamente, quella più colpita dalla crisi economica, e questo nonostante questa tipologia contrattuale rappresenti la più diffusa via di accesso al mondo del lavoro. Il divario salariale ha subito un incremento rispetto alle stime precedenti, ma il dato maggiormente preoccupante riguarda il dettaglio degli importi percepiti dai precari, sui quali non sembra influire il fattore età.

Il direttore generale dell’Isfol, Aviana Bulgarelli, mette in evidenza questo aspetto: “Il carattere peculiare dei divari retributivi tra le due forme di lavoro subordinato è la scarsa dinamica dei salari dei tempi determinati: indipendentemente dall’età il salario medio dei lavoratori temporanei rimane sotto i 1.000 euro, mentre il livello retributivo medio dei dipendenti permanenti passa da poco più di 900 euro nella classe di età 15-24 anni ai quasi 1.500 euro nella classe 55-64 anni. Il divario retributivo risulta pertanto crescente con l’età“.

A influire su questi dati è la vasta diffusione dei contratti a tempo determinato tra le fasce giovanili, infatti i report Isfol mostrano come oltre il 50% dei lavoratori temporanei abbia meno di 35 anni, contro il 24% dei lavoratori a tempo indeterminato. Di conseguenza, la categoria dei precari non beneficia di scatti di anzianità e non trae vantaggio dalle norme stabilite nei contratti collettivi nazionali in materia di salario minimo. Stando a quanto affermato dalla presidente, inoltre: “I dipendenti a termine usufruiscono in misura minore della componente retributiva legata a straordinari e ad altri emolumenti; tra i contratti a termine infine il lavoro a tempo parziale incide in misura decisamente maggiore (25,5% a fronte del 14,9% del lavoro a tempo indeterminato), contribuendo a ridurre il salario medio“.