Crac Snia: chiusa inchiesta per bancarotta, 25 indagati

di Teresa Barone

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Si chiude l?inchiesta sul crac Snia: 25 gli ex dirigenti indagati con l?accusa di bancarotta fraudolenta e falso in bilancio.

La Procura di Milano ha chiuso l’inchiesta sulla bancarotta del gruppo chimico Snia, dichiarato insolvente nel 2010: stando a quanto riferito da accreditate fonti giudiziarie l’avviso di chiusura indagini è stato recapitato a 25 ex amministratori della società, probabilmente preludio di una prossima richiesta di rinvio a giudizio.

Per Snia si parla sia del reato di bancarotta fraudolenta sia di falso in bilancio, entrambi contestati in seguito alle operazioni condotte nel 2004 che hanno portato alla scissione tra le attività chimiche e quelle biomedicali confluite all’interno di Sorin. Le accuse verso l’azienda bresciana parlano di falsificazione di bilanci tra il 2004 e l’aprile 2010, data in cui è stata dichiarata l’insolvenza da parte del Tribunale di Milano con il conseguente avvio di una amministrazione straordinaria.

Al falso in bilancio si aggiungono quini anche le accuse di scissione distrattiva e operazioni dolose, tutto sotto la responsabilità di due dei membri del Consiglio di Amministrazione che ha deliberato la scissione: Giovanni Consorte ed Emilio Gnutti. Secondo quanto si legge in una nota diffusa dalla Guardia di finanza di Milano, infatti: “Dalla ricostruzione operata dai finanzieri è emerso che nel corso del 2003 il management della società, attraverso un’operazione di scissione societaria, avrebbe strumentalmente distratto beni della società fallenda, a danno dei creditori, per un controvalore pari a circa mezzo miliardo di euro di patrimonio netto“.

A chiarire le accuse mosse contro Snia è lo stesso capo di imputazione siglato dal Pm, nel quale si apprende delle incongruenze tra il contenuto dei bilanci successivi alla scissione e le operazioni di ricapitalizzazione che risalgono rispettivamente al 2005 e al 2008: “Le effettive condizioni patrimoniali, economiche e finanziarie di Snia scissa divenivano tali da porre in crisi la sua stessa continuità aziendale, tanto che sin dal primo esercizio post scissione (al 31 dicembre 2004) e fino alla dichiarazione di insolvenza la holding presentava un andamento costantemente negativo del patrimonio netto effettivo, nonostante gli aumenti di capitale sociale effettuati nel 2005 e nel 2008 con ricorso al mercato borsistico“.