Crisi: chiuse 1000 aziende al giorno nel 2012

di Teresa Barone

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Da gennaio a oggi si contano oltre 279mila fallimenti, soprattutto di aziende di grandi dimensioni: la Cgia di Mestre lancia l?allarme.

La crisi economica continua a gravare sulle spalle delle aziende italiane, provocando un sensibile incremento dei fallimenti nei primi nove mesi del 2012: a lanciare l’allarme è la Cgia di Mestre, che nel suo rapporto ha messo in evidenza come ad avere maggiori difficoltà siano le imprese di grandi dimensioni piuttosto che le attività meno estese.

Da gennaio a ottobre 2012 hanno chiuso 279mila aziende, in pratica con una media di oltre 1000 cessazioni di attività al giorno. Si tratta di cifre negative che, tuttavia, si allineano on le stime che hanno caratterizzato lo sviluppo economico delle imprese italiane negli ultimi tre anni. Gli unici parametri positivi riguardano le nuove aperture, prevalentemente portate avanti dalle imprese di piccole dimensioni, come sottolinea la stessa Cgia: “Nonostante il saldo sia positivo per quasi 20.000 unità, preoccupa che ad aprire siano imprese con dimensioni occupazionali molto contenute, mentre chiudono quasi sempre quelle con molti lavoratori alle dipendenze“.

Le aziende che falliscono, quindi, sono spesso di dimensioni medio grandi e con folte schiere di lavoratori dipendenti: non stupisce, pertanto, il continuo incremento della disoccupazione nella penisola.

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Il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi commenta questo preoccupante aumento dei lavoratori che perdono il proprio impiego evidenziando come, ormai nella maggioranza dei casi, sia proprio il licenziamento la principale leva verso l’auto-imprenditorialità: “Molte persone hanno aperto un’attività in questi ultimi anni di crisi, non perché in possesso di una   spiccata vocazione imprenditoriale, bensì per la necessità di costruirsi un futuro occupazionale dopo esser stati allontanati dalle aziende in cui prestavano servizio come lavoratori dipendenti.”

A crescere, infatti, sono le microimprese e le nuove imprese individuali, ma spesso il 50% delle attività non sopravvive oltre i primi 5 anni di vita, una conseguenza delle difficoltà nell’accesso al credito e del peso fiscale.

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