Dipendenti insoddisfatti se il capo è donna

di Simona Tenentini

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Nonostante ci siano numerose indagini che evidenziano il maggior valore delle donne al potere, i dipendenti continuano a preferire alla guida dell'azienda un manager uomo

Sono poche le donne al potere però sono brave. Lo evidenziano i dati di una statistica realizzata da Cerved, secondo la quale le imprese con guida al femminile generano più ricavi e profitti rispetto a quelle con dirigenti maschi.

In più, se nei consigli di amministrazione siede almeno una donna, il rischio di default o crisi aziendale è minore. Forte di questi risultati, il sesso debole alza la voce. Il nascente gruppo Minerva di Federmanager sta infatti elaborando delle proposte per incentivare la presenza femminile ai vertici delle imprese, come del resto già succede da tempo in altri paesi europei.

In Norvegia, ad esempio, alle donne è riservato un terzo dei posti nei board, mentre in Spagna la “Ley de Igualdad” prevede che: «le società obbligate a presentare bilanci completi (senza procedura abbreviata), dovranno includere nel proprio cda un numero di donne che permetta di raggiungere una presenza equilibrata femminile e maschile».

Nonostante però stime confortanti e numeri più che rassicuranti, la visione di un “capo in rosa” non è condivisa dalla maggior parte dei dipendenti, che lamentano, al contrario, un minor livello di soddisfazione rispetto a quelli coordinati dagli uomini.

In base ai dati raccolti da Eurofund, che ha preso in considerazione circa ventimila aziende, il dialogo tra i dipendenti e il loro capo è frequente nel 57% dei casi dove quest’ultimo è uomo, mentre si ferma al 47% dove alla dirigenza ci sono le donne. Chi è guidato da una donna la definisce al 53% “troppo esigente”, contro il 44% di chi invece prende ordini da un uomo. Il 51% dei dipendenti, nell’ultimo anno, ha ricevuto, se necessario, un aiuto dal proprio capo.

Il dato tuttavia ancora più sconcertante, rilevato sempre nel rapporto è legato ai fenomeni di bullismo. Quando il capo è donna, i subordinati, indistintamente uomini o donne, hanno lamentato un aumento del numero dei casi. Il risultato, dicono gli autori del report, è interessante, ma piuttosto difficile da spiegare, anche se gli aspetti psicologici di un ambiente di lavoro, «possono risentire negativamente se un manager non è percepito come adatto per la sua posizione» e questo può accadere soprattutto alle donne.

La differenza, dunque, tra manager uomini o donne influisce maggiormente sul lato psicologico. E non finisce qui. Le discriminazioni, infatti, non sono circoscritte al solo ambiente di lavoro, ma si fanno sentire anche in altri ambiti comunque legati all’imprenditoria. Ad esempio, una donna che è costretta a chiedere un fido bancario in conto corrente per la propria azienda si troverà a pagare un tasso d’interesse superiore dello 0,3% rispetto ad un suo collega uomo. E questo nonostante le imprese femminili falliscano meno di quelle maschili. E per concludere, il colmo del peggio: se un’impresa femminile ha una garante donna, i tassi di interesse sono ancora più alti. In particolare, una donna garantita da un’altra donna paga circa lo 0,6% in più di una donna garantita da un uomo.

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