Lavoro: quando l’emigrazione è europea

di Liliana Adamo

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Da quando l'Argentina ha aperto le porte ai migranti, un flusso di giovani europei si è riversato a Buenos Aires in cerca d'opportunità e lavoro.

Se fino a un anno fa erano partiti in migliaia, giovani specializzati di nazionalità irlandese, greca e portoghese, in cerca di nuove opportunità di lavoro in altre parti del mondo, a loro si sono aggiunti, spagnoli, inglesi, italiani. Un singolare flusso  migratorio sta lasciando il vecchio continente e rischia di diventare un fiume in piena man mano che va aggravandosi la crisi del debito.

L’Unione Europea ha fallito? Riflettendo sul suo iniziale concept, accogliere chi cerca rifugio da guerre, persecuzioni e povertà, oggi, mentre l’Europa affronta il momento più grave “dopo la seconda guerra mondiale” (come sostiene la cancelliera tedesca, Angela Merkel), la storia sembra subire una brusca inversione di marcia.

I giovani europei lasciano o hanno l’intenzione d’andarsene, istaurando nuovi percorsi migratori: da Lisbona a Luanda, da Dublino a Perth, da Barcellona, Londra e Roma, a Buenos Aires. Cosa cercano? Quello che non troveranno più nell’Europa in crisi monetaria e d’identità, una vita dignitosa e meno stressante, lavoro, possibilità di carriera, una casa; uno sconvolgimento nel modello d’immigrazione dei tempi moderni.

Ultima spiaggia è l’Argentina, dieci anni dopo la grande crisi. Oltre il default nell’annus terribilis (2002) con quel che ne è conseguito, oggi il paese sembra risollevarsi seppur lentamente e con grande paura: il tasso di disoccupazione si è ridotto al 7,5% (nel 2011), rispetto a un angosciante 25% nel 2002, così il reddito medio, che supera i 7400 dollari pro capite (al momento del default, era fermo a 2670). A salvare l’Argentina è stata la natura del suo immenso territorio, ricco di materie prime, mais, farina, grano. L’ha ricordato anche Cristina Kirchner, due volte presidente in carica, nel suo discorso d’insediamento: “Abbiamo una grande risorsa. Non dobbiamo tradirla…”.

A differenza d’alcuni stati del Sud America (in Brasile per esempio, dopo il boom di immigrati dei decenni scorsi, è quasi difficile richiedere un permesso di lavoro), l’Argentina apre le sue porte a questi giovani europei particolarmente bene accetti e anche se, il più delle volte, vantano il massimo grado di scolarizzazione, per loro, non sono richieste particolari competenze, né si prevede una quota.

Basta una comunicazione scritta di un potenziale datore di lavoro, unitamente a un certificato di buona condotta, rilasciato dagli organi competenti nel paese d’origine. Si cerca un impiego anche con il semplice visto turistico di novanta giorni, rilasciato automaticamente all’arrivo e rinnovabile. Una volta ottenuto il lavoro, i requisiti per avere un visto dalle autorità, sono piuttosto semplici, mettendo in conto i tempi lunghi degli apparati burocratici.

Nel 2011, secondo le statistiche, sono 2500 i cittadini greci trasferiti in Australia, mentre altri 40.000 hanno mostrato interesse verso il sud del mondo. L’ufficio centrale di statistica irlandese stima che 50.000 persone, quasi tutti giovani, albbiano lasciato la repubblica nell’ultimo anno, diretti in Australia e Stati Uniti, mentre un report del ministero portoghese per l’Immigrazione, enumera 10.000 giovani partiti per l’Angola, paese del terzo mondo ricco di petrolio.

Al 31 ottobre del 2011, 97.616 giovani portoghesi si sono registrati nei consolati di Luanda e Benguela, in numero raddoppiato rispetto al 2005. I portoghesi sono attratti anche dalle altre ex colonie, come Mozambico e Brasile. I dati del governo brasiliano parlano chiaro: l’elenco degli stranieri legalmente residenti è salito a 1,47 milioni nel mese di giugno, riportando un incremento del 50% rispetto al dicembre scorso. Non tutti sono europei, ma la presenza è in costante aumento.

Negli ultimi mesi si spostano anche spagnoli, italiani e perfino inglesi. Sono giovani spesso laureati che non inseguono soltanto stabilità lavorativa ed economica, ma anche un certo tipo di lifestyle, più rilassante, diverso dai paesi d’origine, dove l’agonismo per emergere, tenersi un posto di lavoro, è diventato insostenibile e dove precariato, bassi salari, alto costo della vita, pregiudicano le aspettative legate al futuro.

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