Un’altra finanza è possibile?

di Liliana Adamo

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Trasparenza, competitività sostenibile, attenzione per i diritti umani. La finanza etica prende piede anche in Italia.

Espressioni come socially responsabile investment (Stati Uniti) o ethical investment (Gran Bretagna), sottintendono il medesimo concetto: gestione degli investimenti – azioni, obbligazioni e prestiti – vincolata da criteri morali e di natura sociale. In una parola: dalla finanza etica, le cui linee guida sono indicate da uno standard internazionale, l’ISO 26000, che mira a conseguire obiettivi economici a lungo termine, limitando costi sociali e impatto ambientale.

Principi fondamentali per questo modello di buone pratiche, sono trasparenza, rispetto della legge, attenzione per i diritti umani e stakeholders. La “responsabilità sociale” delle aziende italiane, vale a dire, come tradurre in scelte operative il cartello ISO 26000, nei processi interni, nelle filiere, nel commercio, è un tema dibattuto nell’ultimo incontro di “Etica e finanza”, organizzato il 12 ottobre scorso, da Confindustria Padova, LaborETICA e AICQ (Associazione Italiana Cultura/Qualità), a conferma dell’interesse suscitato anche nel nostro paese.

Il nuovo modus operandi che non disdegna la borsa, vista più come prezioso alleato per una sana economia di mercato e non sede di speculazioni e manipolazioni individuali, nasce grazie alle cognizioni del premio Nobel Amartya Sen, che teorizza una precisa sinergia tra sistema economico ed etica, per sottrarci dalle ultime crisi finanziarie e rinsaldare l’idea stessa di democrazia. Al valore della ricchezza, che rimane elemento base del mercato, si associa il concetto di “felicità”, diverso da quello del “benessere” tout court.

Ciò che rende una persona più ricca dell’altra è una migliore qualità di vita ed è quest’ultima che diventa quindi, una variabile algebrica nei calcoli economici. Il vero mercato non può produrre solo la ricchezza di pochi ma è uno strumento per la collettività, cui soddisfa attese e valori etici. Di conseguenza, chi risparmia e investe impone un controllo sugli effetti “sociali” al di là delle azioni meramente economiche.  In Italia, il dibattito attinente alla dimensione etica della finanza, sta muovendo i suoi primi passi e, in questa direzione si muove la novità attuata con la legislazione inerente alle Fondazioni Bancarie.

A questo proposito, l’attuazione di quei protocolli indicati dall’ISO 26000 diventano norme nazionali a tutti gli effetti. Le nuove linee guida del testo sono state elaborate da un gruppo di lavoro formato da oltre 500 esperti provenienti da 40 Paesi rappresentati dalle rispettive organizzazioni internazionali. Molte le categorie di “parti interessate” (stakeholders), consumatori, governi, imprenditoria, sindacati, Ong, organizzazioni di servizi, di ricerca e accademici; mentre, della delegazione sindacale, guidata dalla CSI (International Trade Union Confederation), hanno fatto parte confederazioni europee, come la Cgil, la spagnola Comisiones Obreras (CC.OO), la britannica Tuc, la francese Cfdt e associazioni di lavoratori originari dell’Asia, Africa, America Latina.

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