Da Starbucks e Google, l’economia si ribella a Trump

di Noemi Ricci

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Le iniziative delle aziende contro il blocco di immigrati musulmani e rifugiati voluto del neo-presidente Donald Trump: da Starbucks a Google, da Airbnb ad Uber e Nike.

Il governo Trump non sembra riscuotere gli stessi consensi del governo Obama in diversi ambiti e sono diverse le imprese che si stanno attivando per “compensare” alcune delle decisioni del neo presidente degli USA, Donald Trump, meno condivise.

È  il caso di Starbucks, la nota catena di caffetterie,che, in risposta alla chiusura di Trump all’ingresso negli USA di immigrati e rifugiati provenienti da sette Paesi musulmani (Iraq, Iran, Yemen, Libia, Sudan, Somalia e Siria), ha annunciato la prossima assunzione di 10.000 rifugiati in tre anni. L’amministratore delegato di Starbucks, Howard Schultz, ha dichiarato che si tratterà di assunzioni non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo e, per dare una lezione morale a Trump, la priorità spetterà agli immigrati che hanno servito con le forze USA come interpreti o personale di supporto. Starbucks ha preso posizione anche contro il muro che Trump vorrebbe costruire al confine con il Messico: Schultz ha ribattuto che bisogna costruire ponti, non muri con il Messico.

=> Modello Starbucks per le PMI

Sulla stessa linea Google che ha stanziato un fondo da 4 milioni di dollari (2 milioni stanziati dalla società e 2 milioni donati dagli impiegati) per immigrati e rifugiati colpiti dalla misura restrittiva del neo-presidente e destinati alle organizzazioni American Civil Liberties Union (Aclu), Immigrant Legal Resource Center, International Rescue Committee e UNHCR.

Ma non sono le uniche iniziative in merito:

  • Uber si sta muovendo per aiutare i propri autisti con le questioni legate all’immigrazione, creando un fondo di difesa legale da 3 milioni di dollari;
  • Lyft ha annunciato che donerà un milione di dollari alla Aclu (American Civil Liberties Union);
  • Airbnb ha dichiarato che metterà a disposizione gratuitamente alloggi per aiutare immigrati musulmani e rifugiati.

A prendere posizione contro il decreto di Trump ci sono stati poi anche l’AD di Nike, Mark Parker, ha dichiarato:

«Nike crede in un mondo dove tutti possono celebrare il potere della diversità. I nostri valori sono minacciati dal recente decreto. E’ una politica che non sosteniamo».

Il CEO di Apple, Tim Cook, ha ricordato che l’azienda di Cupertino non esisterebbe senza l’immigrazione visto che lo stesso Steve Jobs era figlio di un immigrato siriano. Dello stesso avviso anche Mark Zuckerberg, che su Facebook ricorda:

«Gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati: dovremmo esserne orgogliosi, anche perché essi sono il nostro futuro».