Jody Brugola è l’attuale presidente e l’esponente di terza generazione della famiglia che ha reso universalmente nota la “vite a brugola”. Subentrato alla guida dell’azienda fondata nel 1926 dal nonno Egidio e portata al successo internazionale dal padre Gianantonio, Jody ha preso in carico responsabilità immense fin da giovane.
Sotto la sua gestione, il gruppo ha attraversato tempeste finanziarie e sfide globali, riuscendo a mantenere intatta l’identità di un marchio che oggi rappresenta una vera e propria eccellenza italiana nel mondo della meccanica e dell’ingegneria.
La video intervista a Joy Brugola
In questa intensa intervista, vengono aperti i cancelli del colossale stabilimento di Lissone per ripercorrere le tappe fondamentali della dinastia Brugola, esplorando le geniali intuizioni e i brevetti che hanno portato l’azienda sulla Luna e nelle catene di montaggio di tutto il globo. Non mancano i momenti di grande vulnerabilità: dalle crisi debitorie del 2008 alle complesse avventure imprenditoriali negli Stati Uniti, fino alle prospettive in un mercato automobilistico in drastica trasformazione.
Ecco il video integrale dell’intervista in podcast:
Le origini e l’evoluzione di un brevetto storico
Tutto ha inizio nel 1926 a Lissone, quando Egidio Brugola avvia un’officina per produrre anelli e rondelle. Il punto di svolta arriva nel 1945 con il deposito del brevetto della vite a incavo esagonale, che prenderà il nome stesso della famiglia. Dopo la scomparsa di Egidio, il giovane figlio Gianantonio prende in mano la produzione, trasformandola radicalmente: punta ai grandi volumi e intravede enormi potenzialità nel mercato automobilistico. Negli anni ’80 Brugola conquista la fiducia di colossi come Volkswagen e Ford, e nel 1994 rivoluziona nuovamente il settore con la vite Polydrive, capace di garantire enormi risparmi alle case automobilistiche in fase di assemblaggio dei motori.
La crisi del 2008 e la nuova gestione
Il percorso di crescita subisce una violenta battuta d’arresto nel 2008. In pochi mesi il portafoglio ordini si assottiglia, il fatturato crolla da quasi 100 milioni a 64 milioni e le banche ritirano il loro supporto, spingendo l’azienda al concordato preventivo (articolo 67). È in questa fase cruciale che Jody assume pienamente le redini. Intervenendo chirurgicamente sui tagli agli sprechi e migliorando le inefficienze, riesce nell’impresa di raddoppiare il fatturato in cinque anni. Salda la maggior parte dei debiti e realizza il suo più grande sogno imprenditoriale: riacquistare tutte le quote dai fondi d’investimento e dai partner, riportando l’azienda al 100% sotto il controllo della sua famiglia.
Il sogno americano tra successi e ostacoli
L’ingresso negli Stati Uniti ha rappresentato una delle fasi più complesse per l’azienda. Avviata per soddisfare le pressanti richieste di clienti internazionali (come il progetto di un motore Ford da 10 milioni di dollari), l’apertura di uno stabilimento oltreoceano si è rivelata, per stessa ammissione di Jody, logorante. La grande difficoltà nel creare un team locale affidabile, l’altissimo turnover dei dipendenti e le restrizioni ai viaggi legate al lockdown hanno pesato enormemente. La tenuta della fabbrica americana è stata garantita quasi unicamente dalla dedizione e dal sacrificio della manodopera italiana in trasferta, prima della recente e complessa rinegoziazione degli asset per tornare a investire principalmente in Italia.
Il futuro e la visione sull’Italia
Nonostante la solidità ritrovata, il panorama impone nuove e ardue prove. Il settore dell’auto è in sofferenza, colpito dal calo dei volumi in Europa, dalla transizione verso l’elettrico e dall’inflazione dei costi. L’azienda ha però saputo inserire la sua componentistica speciale proprio nelle nuove piattaforme ibride ed elettriche. Jody Brugola chiude l’intervista con una lucida analisi sul fare impresa: elogia il talento creativo e l’innovazione degli italiani all’estero, ma lamenta un sistema interno che spesso tende a ostacolare e smontare chi cerca di emergere. Un invito a riscoprire una vera collaborazione per valorizzare un patrimonio industriale e umano che i moderni robot non possono ancora sostituire.