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Il PIL non cresce, in mano al Governo solo castelli di rabbia

di Simone Cosimi

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I dati ISTAT certificano la stagnazione economica dell'ultimo trimestre: impossibile centrare una crescita 2019 all’1,5%, tutto dovrà cambiare, mentre il Parlamento discute una Legge di Bilancio già vecchia.

Dunque il primo fronte è già caduto. Anzi, crollato: è pressoché impossibile che nel 2019 il PIL italiano possa crescere dell’1,5%. Perché la tendenza è alla stagnazione: l’ISTAT  ha certificato che nell’ultimo trimestre il Prodotto interno lordo è rimasto fermo.

Nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell’economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni. Giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita, tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che passa allo 0,8%, dall’1,2% del secondo trimestre.

Il 2018 si chiuderà probabilmente sotto l’1% e dunque le previsioni inserite nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza risultano già vecchie, vecchissime ad appena un paio di settimane dal varo della “manovra del popolo”. Intorno a quelle prospettive di crescita si sarebbero dovute snodare le già claudicanti misure immaginate dal governo.

Tutto va rivisto. E non (solo) perché ce lo impongono gli accordi presi con Bruxelles ma perché, come al solito, prima di alzare la voce con gli altri occorrerebbe aver fatto i compiti a casa. Insomma, abbiamo perso mezzo autunno e un sacco di soldi legati alle aste dei Btp: in un giorno solo, a causa dello spread più elevato, lo Stato ha dovuto pagare 689 milioni di euro in più rispetto a febbraio.

E come se non bastasse, il vicepremier Luigi Di Maio – quello che più di altri, in questo momento di assoluto isolamento del Paese, sta mostrando i propri limiti  – continua a snocciolare dichiarazioni surreali.

Con la manovra del popolo non solo il PIL ma la felicità dei cittadini si riprenderà.

Qualcosa, per, forse si muove: i provvedimenti vessillo (reddito di cittadinanza e revisione legge Fornero), come da copione, sono slittamento, visto che dovrebbero finire in un decreto che seguirà la legge di Bilancio. La vecchia Finanziaria potrebbe dunque alleggerirsi. Ed essere ripresentata all’appuntamento con la Commissione europea, fra due settimane, vagamente più accettabile. Il barbatrucco, da quanto emerge dalle parole del ministro Giovanni Tria, è dunque quello di tentare di tenere formalmente fermo quel 2,4% del rapporto deficit-PIL, sperando che scenda in virtù di questo spostamento.

Tutto, vale la pena ripeterlo, perché si sta governando coi sondaggi in mano e per i cittadini. Che pure, lo dicono i dati sui consumi, cominciano già a non fidarsi più. Specialmente quando ci si comincia a preoccupare per i propri risparmi.

Non che lo stop del PIL sia imputabile solo all’esecutivo, ovviamente. I dazi di Trump, il rallentamento della Cina, i problemi di colossi emergenti come Turchia e Argentina, l’Ue a 28 che nell’ultimo trimestre è cresciuta appena dello 0,3% sul trimestre precedente. Ma sono dati noti al Governo, con cui “fare i conti”, in tutti i sensi.  Come spiega anche il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, è il caso che qualcuno inizi a prendersi qualche responsabilità. Il “metodo Raggi” – è sempre colpa del governo precedente – può avere un senso fino a un certo punto.

Tuttavia, quando l’economia reagisce tanto male ai primissimi provvedimenti (vedi decreto dignità), i tassi d’interesse sui titoli di Stato s’impennano e praticamente ogni fonte economica ragionevole (a eccezione dei sovranisti che puntano proprio al cosiddetto “incidente”) bocciano i progetti di un governo, forse conviene farsi qualche domanda.

Insomma, non i “mercati”, non gli oscuri poteri forti che popolano Bilderberg e neanche i “turbocapitalismi” stanno agendo intorno all’Italia. Non c’è un accerchiamento: quella italiana è una sindrome tragicamente autoimmune. Il Paese si sta incartando da solo, sottoposto com’è al folle trattamento basato su un mix di ingredienti letali: l’immobilismo parlamentare, pochi e sbagliati provvedimenti alle porte, un’incompetenza diffusa a cui l’ex preside di Tor Vergata Tria sta facendo da parafulmine. Soprattutto, il menefreghismo per i delicati equilibri economici e per quell’impalpabile dimensione, la fiducia, che va sgretolandosi giorno dopo giorno in un turbine di sciocchezze, leggerezza, errori, valutazioni grossolane, violenza verbale, arroganza e criminalizzazione del merito e delle voci libere e indipendenti. L’anticamera del botto.

Il Governo ha di fronte due scadenze fatali. Entro il 13 novembre dovrà presentare due dossier paralleli: uno che spieghi perché il debito non scende e, di fatto, una nuova versione della manovra di bilancio, rispetto a quella che intanto approda alle Camere. Con un evidente problema di democrazia: cosa discuteranno i nostri parlamentari? Su quale disegno di legge proporranno emendamenti, osservazioni, modifiche se nel frattempo l’esecutivo è impegnato in una trattativa che, per forza di cose, dovrà partorire una manovra nettamente diversa?