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Italia condannata a soffrire lo spread: ecco perché

di Simone Cosimi

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Una corsa a cui non avremmo voluto partecipare è quella del differenziale che aumenta le spese e innervosisce i mercati: almeno, non per finanziare le promesse elettorali del governo.

Così, mentre Mario Draghi si dice “fiducioso” su un accordo fra governo italiano e Commissione UE ma ricorda che la Banca centrale europea nulla farà in più per l’Italia di quanto non faccia già per gli altri, siamo di nuovo alle prese con la corsa dello spread. Una corsa a cui nessun italiano – anche chi ha votato Lega o M5S – avrebbe voluto partecipare. Perché mette a rischio i capitali delle banche. E di conseguenza anche la liquidità nei confronti di cittadini e imprese. Oltre alla loro stessa tenuta nel medio termine.

Ecco dunque che è ripartito il calcolo: quanto possiamo reggere a questi livelli? Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, sostanzialmente commissariato in casa, ha spiegato che queste soglie di differenziale pongono:

un problema al sistema bancario e, in particolare, alle banche più deboli.

Stessa posizione di Draghi secondo il quale, punto più punto meno della differenza di rendimento fra Btp italiani e Bund tedeschi, una soglia tanto elevata “si ripercuote sul capitale delle banche”. Visto che il crollo dei prezzi dei titoli e l’aumento degli interessi richiesti da chi compra rischiano di aprire delle vere e proprie voragini nei loro bilanci.

Tanto che per la malridotta Mps – per ora l’unica che sta davvero soffrendo con Banco Bpm – si è tornato a parlare di ricapitalizzazione e fusione. Curiosamente, anche in questo caso è stato il governo a lanciare l’idea. Uno strano esecutivo che produce situazioni di difficoltà e cerca di rianimarle:

Se lo spread veleggia verso 400 gli attivi bancari vanno in sofferenza ed è necessario ricapitalizzare.

Lo ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti.

La sensazione, come spiega anche Il Sole 24 Ore, è che i mercati vogliano lanciarsi proprio su quota 400. Sperimentata una sostanziale tenuta del comparto bancario ben oltre quota 300, un livello che già ora sta arricchendo molti speculatori con i nostri soldi nonché creando conseguenze a catena, il prossimo gradino sarà quello.

Con piena giustificazione, visti i provvedimenti inclusi nella nota di aggiornamento al Def e nella bozza della legge di bilancio.

Il punto infatti è proprio questo: stiamo soffrendo, e pagheremo sempre più interessi, per “finanziare” le politiche del governo. Provvedimenti spacciati in campagna elettorale che ora faticano a comporsi con i vincoli non tanto europei quanto, pure, del nostro Paese. Altrimenti fondi e investitori non reagirebbero in questa maniera: chiedono di più perché sono insicuri. Ma chiedono di più anche perché pensano di aver di fronte un esecutivo isolato e poco autorevole e intendono spolpare i titoli di Stato fin quando possibile. Come sempre, il conto lo paghiamo noi.

D’altronde i numeri del comparto sono impietosi: dall’insediamento del governo Conte Intesa Sanpaolo ha perso in borsa il 24,17%, Unicredit il 24,16%, Bpm il 34,16%. E ancora Carige il 41,02%, Mps il 47,56% e Ubi il 21,99%. Sempre secondo Il Sole quota 400 allarma e non smuove più di tanto in egual misura. Specialmente per i grandi istituti. Ma “rimanere in piedi” anche in quelle condizioni – Berlusconi saltò con uno spread oltre 570 punti base, non troppo distanti – non significa fare una buona attività bancaria. Significa solo soffrire, tenere la posizione, erogare meno credito a famiglie e imprese, aumentare i propri tassi di interesse interni.

Com’è che diceva Tria, che in teoria sarebbe uno dei responsabili di questa malattia? Ah sì: lo spread sopra i 300 punti “non è una febbre a 40 ma neanche 37 ed è un livello che non possiamo sopportare se si prolunga troppo”. Peccato che la medicina in mano ce l’abbia lui. E starebbe sempre a lui, se non fosse un visconte dimezzato, il compito di disinnescare i punti oscuri dei provvedimenti di bilancio: da un Pil palesemente ottimistico (per non dire gonfiato) a un rapporto deficit-Pil che, appunto, non tiene conto della futura spesa per interessi, specialmente quando il Quantitative Easing di Draghi si sarà concluso, fra due mesi. Trenta miliardi di euro al mese a cui trovare altri acquirenti, affrontando in perfetta solitudine i mercati e in attesa di svolte sul fronte dell’Eurirs ed Euribor. Quest’ultimo, infatti, si alza quando la Bce alza i suoi tassi di interesse attraverso una stretta monetaria. Ciò che accadrà nel 2019.

Non solo: dalla scelta di rivedere la Fornero e mandare in tilt l’equilibrio pensionistico riconquistato con tanti sacrifici fino alla flat tax passando per le scarse coperture della manovra. La prossima settimana arriveranno altri declassamenti del rating sovrano, per esempio da Standard&Poors, e insieme al muro contro muro europeo la fiammata verso 400 potrebbe concretizzarsi. In un massacrante sacrificio collettivo che nessuno ha chiesto o di cui nessuno si è reso conto per davvero.

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