Pmi: investire in Ricerca è possibile

di Francesca Pietroforte

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Le agevolazioni sono poche e limitate, i contratti di rete non decollano, gli investitori fuggono dall'Italia: per investire in ricerca e sviluppo le Pmi puntano ai mercati di nicchia con risorse interne. Ecco il modello.

È una delle armi per uscire dalla crisi ma richiede risorse finanziarie proprio quando più scarseggiano. Ecco perchè, tra le Pmi, gli investimenti in ricerca e sviluppo oggi si fanno soprattutto tra le mura aziendali, con attrezzature e personale interno. Secondo l’Airi (Associazione italiana per la ricerca industriale) la R&S intra muros ha comunque risentito della recessione (da 10.173 mln di euro investiti nel 2008 a 9.924 mln nel 2009 e 9.881 mln nel 2010). Una flessione lieve ma senza il brusco calo che ci si sarebbe potuto aspettare.

Secondo le rilevazioni ISTAT 2010 sui diversi settori industriali, la spesa più importante in R&S si è registrata nel Manifatturiero (72,9%), seguita a distanza da servizi di informazione e comunicazione (10,3%) e dalle attività professionali, scientifiche e tecniche (9%).

La natura del sistema produttivo italiano, caratterizzato dalla forte presenza di piccole e medie imprese, rende però più difficile determinare il quadro completo delle attività di ricerca industriale, fatta eccezione per settori quali Farmaceutica, Chimica o Hi-Tech. In questo caso, la novità non sta tanto nella ricerca scientifica quanto nell’innovazione di processo.

Non essendo pienamente misurabile la spesa delle Pmi in ricerca e sviluppo, bisogna in questi casi interpretare altri dati e basarsi su ricerche a campione e monitoraggio delle esportazioni. Queste aziende si dimostrano all’inseguimento costante delle richieste del mercato di riferimento, e quindi variano piuttosto velocemente il proprio campo d’azione, dimostrando flessibilità e capacità di cogliere le occasioni grazie all’adattamento.

Prendiamo il comparto Meccanotessile, in grado di generare un fatturato di 2,4 mld di euro e di esportare l’80% della produzione. Si tratta di un mercato costituito da piccole imprese di nicchia, che realizzano macchinari per fabbricare tessuti innovativi, costruito da circa 300 aziende associate in Acimit, per le quali l’innovazione diventa una ragione di vita.

Esistono realtà che funzionano molto bene ma le difficoltà non mancano: si pensi alla commercializzazione dei macchinari, che una volta realizzati non sempre incontrano le richieste del mercato e talvolta vengono allocate con difficoltà presso le imprese. E si pensi alla difficoltà nell’attrarre investitori, nonhcè alla scarsa capacità di collaborazione tra aziende che operano in ambiti differenti ma contigui, come in questo caso la Meccanica. Ancora non sono decollati, ad esempio, i contratti di rete tra piccole aziende per creare un soggetto di mercato più solido e competitivo.

Il problema maggiore consiste ancora una volta nel reperimento delle risorse: se è stata giudicata positivamente la presenza nel decreto sviluppo del credito d’imposta per la ricerca, è pur vero che il beneficio è valido solo per un orizzonte temporale di due anni, decisamente pochi per un progetto di ricerca, e non ottempera proprio la R&S intra muros.

Le imprese, inoltre, denunciano il fatto che si tratti ancora una volta di interventi saltuari che non hanno il carattere della regolarità, mentre il sostegno dovrebbe essere continuo e normale. Le risorse dalle quali si attinge pervengono in maniera irregolare, e la fonte di finanziamento cambia ogni volta, fino al paradosso per il quale il periodo che intercorre tra la pubblicazione del bando, la valutazione delle domande, l ‘ analisi della Corte dei Conti e l’erogazione del finanziamento possono passare anche 5 anni.

L’unica soluzione che potrebbe fare la differenza resta l’aggregazione, ad esempio sul modello di quanto accaduto con Arvendi, azienda produttrice dell’acciaio tecnologico Tekné, che per finanziare le ricerche è riuscita a creare una rete di circa trenta imprese, o come quanto avvenuto con il polo della meccatronica piemontese (il Mesap avviato nel 2007) o ancora con Tecnopolis in provincia di Bari, consorzio tra università, istituzioni pubbliche e private che è formalmente la Società in-house della Regione Puglia nata per progettare e gestire programmi ICT per  l’amministrazione regionale.

Il modello è semplice: chi non ha le risorse economiche da investire in Ricerca e sviluppo può proporre la creazione di una rete di imprese, co-investendo nella ricerca e condividendone i benefici con i propri partner.