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Brambilla: Quota 102 e pensione anticipata senza scatti

di Barbara Weisz

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Riforma: uscita a 62 anni e quota 41 poco sostenibili, meglio pensione anticipata senza scatti e nuova opzione a 64 anni con 37-38 anni di contributi.

Necessario eliminare l’indicizzazione sulle pensioni anticipate, basate sull’anzianità contributiva e non sull’età: è il parere dell’economista Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, anche perché «non esiste al mondo un sistema previdenziale che indicizza l’anzianità di servizio». E poi, flessibilità in uscita a 64 anni di età, con 37-38 anni di contributi, senza meccanismi di penalizzazione.

In vista del negoziato sulla Riforma Pensioni, intervistato da PMI.it a margine della presentazione del tradizionale report sugli investitori istituzionali italiani, l’economista fa una premessa: «le proposte che vedo dovrebbero essere più meditate, anche perché si parla di riformare una riforma che è stata fatta nove anni fa, e che ovviamente ha dimostrato di non funzionare bene, se no non avremmo fatto otto sanatorie (esodati, ndr), l’anticipo pensionistico, l’APe Social, Opzione Donna, le pensioni per i lavoratori precoci e per i lavori gravosi, (definizione di cui peraltro non c’è traccia nella letteratura giuslavoristica o medica). Una giungla di norme per non toccare la Riforma Fornero» ormai datata 2011.

«Poi è arrivata Quota 100, che però non è una soluzione perché è temporanea», essendo una misura sperimentale prevista per tre anni, fino al 2021.  Quindi, è necessario fare una nuova Riforma, anche per evitare il famoso scalone: a fine 2021 scade la Quota 100 che consente di ritirarsi a 62 anni, quindi nel 2022 tornerebbero necessari 67 anni per andare in pensione.

Ma, sottolinea l’economista, facciamo una riforma che ci permetta per almeno dieci anni di non dover nuovamente intervenire, ovvero di lungo periodo. Con quali interventi?

Pensione anzianità

«In primo luogo – spiega – bisogna agire sulla parte di Riforma Fornero che erroneamente ha imposto l’indicizzazione dell’anzianità. I 42 anni e dieci mesi per gli uomini, e 41 e dieci mesi per le donne, «devono restare fissi perché non esiste al mondo un sistema previdenziale che indicizzi l’anzianità di servizio. Arriveremmo presto a dover lavorare per 45 anni. Con il paradosso che uno può andare in pensione a 67 anni con 20 anni di contributi (pensione di vecchiaia, ndr), ma non può invece ritirarsi se ne ha lavorato 41. Mi pare che anche sotto il profilo costituzionale sia un problema». Sicuramente, «è un assurdo tecnico, non esiste da nessuna parte al mondo».

Sistema contributivo

Secondo punto: «unificare le due platee rappresentate da contributivi puri e misti», che hanno una parte della pensione calcolata con il retributivo. I contributivi puri sono i più penalizzati dalle attuali regole: per andare in pensione anticipata, devono aver maturato una pensione pari a 2,8 volte l’assegno sociale, che significa poco più di 1300 euro. Il risultato è che si ritirano presto, a 65 anni, persone che fanno lavori con guadagni alti, che probabilmente non hanno necessità o bisogno di ritirarsi prima.

Mentre impiegati e operai devono aspettare i 67 anni. E anche qui, se non raggiungono 1,5 volte l’assegno sociale, aspettano almeno i 71 anni. Quindi, contributivi e misti devono avere le stesse regole, e potersi ritirare alla stessa età o a parità di anni di lavoro. Come si garantisce l’assegno previdenziale? Con «un’ integrazione al minimo, che dipende dal numero degli anni lavorati».

Pensione anticipata

E poi, la nuova flessibilità in uscita: Brambilla propone «almeno 64 anni di età e 37-38 anni di contributi». Senza penalizzazioni sull’assegno, perché «ci sono già i coefficienti di trasformazione, in base ai quali prima vai in pensione, meno prendi».

In realtà, l’ipotesi di cui si parla, in vista del negoziato Governo sindacati che riprende il prossimo 16 settembre, è di 62 anni di età, con un minimo contributivo che ancora non è chiarissimo, e una penalizzazione dell’assegno applicando una percentuale a ogni anno di anticipo. Ma «noi oggi abbiamo aspettative di vita per le femmine di 86 anni e per i maschi di 83. Non si può pensare di avere 30 anni di contribuzione, e 22 anni di pensione. E’ la moltiplicazione dei pani e dei pesci». In parole semplici, Brambilla non la ritiene un’ipotesi sostenibile. E insiste sul fatto che è comunque scorretta l’ipotesi della penalizzazione: «i coefficienti di trasformazione sono scientifici, misurabili, e garantiscono equità».

Poco sostenibile anche la pensione anticipata con 41 anni di contributi: «potrebbero andare bene per i lavoratori precoci, o per le donne madri. Ma non per tutti».

«E’ vero che è difficile per le nuove generazioni raggiungere 42 anni di anzianità contributiva», in considerazione dell’andamento del mercato del lavoro. Per questo, bisognerebbe introdurre la possibilità di ritirarsi in anticipo, a 64 anni (qui, applicando gli scatti di aspettativa di vita), con un minimo contributivo di 37 o 38 anni. Una sorta di Quota 102.

APe Social

C’è un ultimo nodo che rimarrebbe irrisolto, legato ai soggetti svantaggiati, che oggi utilizzano l’APE Sociale. «In questo caso, abbiamo i fondi esuberi, che consentono il pensionamento a carico del fondo (non della fiscalità generale), con cinque anni di anticipo rispetto all’età legale (a 62 anni e 35 anni di contributi). Si potrebbe anche prevedere una meccanismo di staffetta generazionale, con incentivi alle assunzioni di giovani.

Riforma pensioni secondo Brambilla

Dunque, per riassumere, in base alle ipotesi e alle proposte fin qui descritte alla luce dei pro e contro: lasciare intatta la pensione di vecchiaia, introdurre una pensione di anzianità a 64 anni con 37 o 38 anni di contributi, eliminare l’aspettativa di vita per la pensione anticipata, tutelare con il fondo esuberi i lavoratori svantaggiati.

«Penso che a un certo punto, per la stabilità dei conti e per fare una riforma che sia definitiva, sarà l’ipotesi più praticabile. Perchè i 41 anni di contributi o 62 anni di età non stanno in piedi».

Resta il fatto che attualmente sul tavolo le proposte di cui si parla sono altre (41 anni di contributi, pensione di anzianità a 62 anni). Ma Brambilla non ci crede.

Nel frattempo, è corretto lasciare la Quota 100 fino a scadenza (dicembre 2021): sostanzialmente «è un ammortizzatore sociale e sarebbe sbagliato cancellarla. Poi, però, bisogna arrivare brevemente, ai primi dell’anno venturo, con la riforma vera e propria».

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