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Pensione, guida al calcolo contributivo

di Francesca Vinciarelli

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Pensioni future sempre più magre a causa del calcolo contributivo e della scarsa crescita economica che ne lega la rivalutazione versati al PIL: regole e confronti.

In attesa che si concretizzino le misure allo studio del governo da inserire nella Manovra 2021 e volte ad una revisione parziale del sistema pensionistico italiano, alcune riflessioni sono d’obbligo; in primis, e non è una novità, è che la pensione del futuro avrà un importo ben diverso da quelle del passato.

Questo, a fronte delle diverse Riforme Pensioni che sono intervenute con il tempo per rendere il sistema più sostenibile per le casse dello Stato, a partire da quella varata nel 1995 dal Governo Dini che ha introdotto gradualmente un nuovo sistema di calcolo delle pensioni: il metodo contributivo.

Metodo contributivo

Sono dunque le pensioni dei giovani sotto i 35 anni di età a prospettarsi sempre più magre, perché calcolate interamente con il metodo contributivo. Il criterio è semplice: il metodo contributivo lega l’importo dei futuri assegni pensionistici ai versamenti previdenziali effettuati nel corso della carriera. Più si versa, più alta sarà la pensione.

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L’aggravante del calcolo pensionistico con sistema contributivo è la rivalutazione. Il quadro dei contributi previdenziali versati – spesso già di per sé carente per via di una vita lavorativa oggi sempre più discontinua – va a sommarsi l’effetto della variazione media del Prodotto Interno Lordo (PIL) nominale degli ultimi cinque anni che va a rivalutare il conto contributivo. In sostanza: se il PIL cresce poco, anche i contributi accantonati dai lavoratori si rivalutano poco e la pensione futura rimane piuttosto esigua.

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Anche il meccanismo che lega l’importo delle future pensioni con l’andamento dell’economia italiana, è parte della revisione al sistema previdenziale effettuata nel 1995 (Riforma Pensioni Dini) e a farne le spese sono ancora una volta i più giovani.

Metodo retributivo

Il metodo retributivo, in vigore prima del 1995, legava invece l’importo degli assegni alla media degli stipendi percepiti dal lavoratore prima di andare in pensione, permettendo al pensionato di mantenere più o meno lo stesso tenore di vita precedente al pensionamento.

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Ad essere maggiormente penalizzati sono, ovviamente, i giovani e le categorie di lavoratori discontinui. Motivo per cui la prossima riforma pensioni da inserire nella Legge di Bilancio 2021 mira proprio a fornire garanzie in primis a questa categoria di lavoratori. Sul tavolo, ad esempio, ci sono proposte sindacali già presentate al Governo e finalizzate a garantire un assegno pensionistico di importo minimo (una sorta di pensione di garanzia).

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