Nicolas Bargi è il fondatore e amministratore delegato di Save the Duck, il celebre marchio di abbigliamento famoso per aver rivoluzionato il settore dei piumini introducendo l’uso esclusivo di materiali sintetici animal-free. Cresciuto in una famiglia con una lunga tradizione nel settore tessile, Bargi ha vissuto in prima persona le trasformazioni e le difficoltà del mercato della moda.
Dopo aver affrontato momenti di profonda crisi finanziaria, ha saputo reinventarsi fino ad affermarsi come un modello di innovazione e sostenibilità a livello internazionale.
- La video intervista di Chapeau a Nicolas Bargi
- Le origini e la gavetta nel settore tessile
- La crisi del 2008 e il rischio di fallimento
- L’intuizione in California e la nascita di Save the Duck
- I primi successi, l’ingresso dei soci e la scalata sull’Everest
- Le sfide di mercato, il retail e la partnership USA
- I consigli per fare impresa e la visione sul futuro della moda
La video intervista di Chapeau a Nicolas Bargi
In un’approfondita intervista rilasciata al canale YouTube Chapeau, Nicolas Bargi si racconta senza filtri ripercorrendo le tappe fondamentali della sua vita personale e professionale. Il fondatore di Save the Duck svela i retroscena di una scalata imprenditoriale passata attraverso la gestione dei debiti nel 2008 e l’intuizione nata durante un viaggio in California, fino al raggiungimento di un fatturato di circa 65 milioni di euro e al salvataggio di oltre 25 milioni di oche.
Le origini e la gavetta nel settore tessile
La storia imprenditoriale di Nicolas Bargi affonda le radici nella tradizione di famiglia. Nel 1914 il nonno Foresto aprì a Pisa un piccolo laboratorio di abiti e impermeabili, la fabbrica Forest. Nel 1968 la gestione passò al padre di Nicolas, Cirano, che dovette affrontare anni complessi caratterizzati da scioperi prolungati, fino alla chiusura dello stabilimento toscano e al successivo trasferimento a Milano per produrre per conto terzi.
Entrato nell’azienda di famiglia all’inizio degli anni ’90, Nicolas svolge tre anni di intensa gavetta su indicazione del padre, lavorando come magazziniere, venditore su strada e addetto al recupero crediti. Successivamente assume il ruolo di responsabile di prodotto commerciale, effettuando fino a sessanta viaggi all’anno tra Cina, Pakistan, India e Bangladesh.
In quelle occasioni conosce da vicino la cruda realtà della filiera tessile, dalle dure condizioni di lavoro al drammatico impatto dell’estrazione delle piume d’oca, un’esperienza che avrebbe segnato profondamente la sua visione etica.
Nei primi anni 2000, grazie al lancio di nuove collezioni e alle produzioni private label per la grande distribuzione, fa crescere il fatturato aziendale da circa 5 fino a 11 milioni di euro.
La crisi del 2008 e il rischio di fallimento
L’arrivo della crisi finanziaria globale del 2008 colpisce duramente il settore della moda e l’azienda di famiglia. Una combinazione di fattori critici mette a rischio la sopravvivenza dell’attività: errori di produzione in Cina, ritardi nelle consegne al mercato tedesco, il fallimento di numerosi clienti e la conseguente revoca dei fidi bancari. Il fatturato dell’azienda crolla repentinamente congelando le prospettive di futuro.
Di fronte alla prospettiva del concordato fallimentare, Nicolas e suo padre scelgono la strada della responsabilità, decidendo di coprire i debiti e ristrutturare l’azienda. Attraverso il ridimensionamento del personale, la drastica riduzione dell’ufficio stile e il mantenimento di un marchio secondario per coprire i costi fissi, Bargi riesce a tenere in vita la società per diversi anni, affrontando anche grossi sacrifici personali.
L’intuizione in California e la nascita di Save the Duck
La svolta arriva nel 2010 durante un viaggio di lavoro in California. Osservando i corridori locali indossare magliette in tessuto sintetico invece del cotone per evitare di trattenere l’umidità, Nicolas collega l’innovazione tecnica al rispetto per gli animali maturando così l’idea di realizzare giacche imbottite utilizzando esclusivamente ovatta sintetica, garantendo leggerezza e capacità termica.
Nel 2012 nasce ufficialmente il marchio Save the Duck, identificato dall’iconico logo con la paperella arancione. Presentata al Pitti Immagine di Firenze con uno stand essenziale e una linea di micropiumini in otto colori, la collezione incontra inizialmente lo scetticismo dei distributori, riluttanti a proporre un marchio esplicitamente animal-free. Rifiutando qualsiasi compromesso sull’identità del brand, Bargi difende però la propria visione, registrando fin da subito volumi di vendita in rapida crescita e portando la sostenibilità nel mercato della moda premium.
I primi successi, l’ingresso dei soci e la scalata sull’Everest
Il rapido aumento degli ordini pone subito il problema del finanziamento della produzione. Nel 2014, per sostenere la scalata del brand ed evitare l’indebitamento bancario, Nicolas cede il 51% delle quote societarie all’imprenditrice Marina Salomon per un valore aziendale di circa 6 milioni di euro. L’operazione consente a Bargi di ripagare i debiti accumulati in passato mantenendo la piena gestione operativa dell’azienda. Sotto la spinta di una governance strutturata, Save the Duck raddoppia il fatturato anno su anno, raggiungendo i 25 milioni di euro.
Nel 2018 l’ingresso del fondo di private equity Progressio portato nuove risorse e favorisce l’espansione internazionale.
Nel 2019 il marchio ottiene la definitiva consacrazione tecnica: lo scalatore vegano Kuntal Joisher richiede a Bargi una tuta ad alta quota priva di piume d’oca. Dopo mesi di ricerca e test sui tessuti, Joisher conquista prima la vetta del Lhotse e poi l’Everest indossando una tuta sintetica Save the Duck, stabilendo un record storico per l’alpinismo e dimostrando l’efficacia dei materiali alternativi nelle condizioni più estreme.
Le sfide di mercato, il retail e la partnership USA
Nel 2022 l’azienda ha visto l’ingresso dei due imprenditori Reinold Geiger e Andre Hoffman (gruppo L’Occitane), che hanno rilevato l’80% delle quote societarie, mentre Nicolas Bargi ha mantenuto il restante 20% continuando a guidare la società. Con un fatturato stabilizzato attorno ai 64-65 milioni di euro, l’azienda affronta oggi le complessità del mercato globale, legate al rallentamento del canale multimarca e ai cambiamenti nelle abitudini di consumo degli acquirenti alto-spendenti.
L’Italia e l’area DACH (Germania, Austria e Svizzera) rappresentano circa il 40% delle vendite complessive, mentre il mercato statunitense registra una crescita a doppia cifra. Per raggiungere il nuovo traguardo dei 120 milioni di euro nei prossimi quattro o cinque anni, il piano strategico prevede il potenziamento dei canali diretti, con il raddoppio dei punti vendita monomarca da 15 a 30 negozi e l’incremento delle vendite e-commerce fino al 10% del totale.
In quest’ottica si inserisce anche la sponsorizzazione strategica avviata per le Olimpiadi con la nazionale statunitense di pattinaggio di figura (US Figure Skating), pensata per penetrare capillarmente la rete dei club sportivi americani.
I consigli per fare impresa e la visione sul futuro della moda
Ripercorrendo la propria traiettoria imprenditoriale, Nicolas Bargi indica nell’esperienza sul campo e nella gestione del rischio le chiavi fondamentali per la continuità aziendale. Tra gli errori da evitare, sottolinea l’accumulo di rimanenze in magazzino, considerate un asset che perde rapidamente valore se non monetizzato, e la mancanza di un controllo rigoroso sui crediti dei clienti.
Per chi desidera avviare un nuovo progetto imprenditoriale, Bargi raccomanda di focalizzarsi su un’idea fortemente innovativa, unica e tutelabile sul mercato, strutturando un business plan triennale o quinquennale da aggiornare costantemente. Nel settore della moda, caratterizzato da un’offerta sovrabbondante, la vera forza di un brand risiede infine nella capacità di creare una community autentica di sostenitori che condividano la visione, i valori e l’identità del marchio a lungo termine.