Fondazioni e banche: quali i rapporti?

di Assunta Corbo

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Questo il tema affrontato in un convegno di Mediobanca organizzato a Milano; si è discusso del ruolo delle fondazioni di origine bancarie.

Nel corso della presentazione del Rapporto di Mediobanca Securities, discusso ieri a Milano nella sede di Mediobanca, si è parlato del rapporto tra le fondazioni di origine bancaria e le fondazioni straniere.

Tra gli interventi più significativi quello di Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti che ha chiaramente sottolineato come non sia d’accordo con la messa in discussione del ruolo degli enti di origine bancaria. «Mica le Fondazioni hanno sposato le banche! Se Intesa tornasse a 6 euro, perché non dovremmo fare una valutazione e investire altrove? – ha dichiarato  Guzzetti – Se non avessimo ricapitalizzato le nostre banche, l’avrebbe fatto qualcun altro oppure il contribuente attraverso i salvataggi di Stato».

Nell’ottica di Mediobanca Securities le Fondazioni stanno sbagliando strategia di investimento. Non bisogna sovraesporsi al settore bancario (40% del patrimonio in media) che non dà sufficienti ritorni e occorre diversificare scegliendo cash cow come le utilities. Insomma, bisogna imitare l’esempio americano di Yale e Harvard o della danese Novo Nordisk che hanno talmente «polverizzato» le asset class in modo da essere al riparo anche in periodo di tempesta. Altrimenti verrà meno anche il rapporto col territorio. «Il patrimonio lo salvaguardiamo con il fondo di stabilizzazione delle erogazioni e la diversificazione la stiamo effettuando dal 2003, a eccezione di una Fondazione che ha un vizio nello statuto», ha rintuzzato Guzzetti riferendosi tuttavia all’indebitamento di Fondazione Mps per mantenere la presa sul Monte. Il numero uno dell’Acri ha respinto le dietrologie che vedono gli enti «attaccati» alle banche per questioni di potere.

«Senza le Fondazioni le banche non avrebbero potuto competere con l’estero», ha chiosato il presidente del cds di Intesa, Giovanni Bazoli. La vera sintesi è quella dell’ad di Mediobanca, Alberto Nagel (che con gli aumenti Unicredit ne ha assistite tante): «La loro presenza è importante perché c’è bisogno di qualcuno che creda negli asset bancari e sostenga la revisione del modello industriale». Ecco, il punto è proprio quello: ci vuole un aiuto per poter voltare pagina.

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