Imprese, nel 2012 una su 3 a rischio fallimento

di Carlo Lavalle

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Uno studio di Unimpresa evidenzia il grave deterioramento della situazione delle aziende italiane grazie ai dati sulle sofferenze bancarie.

Una azienda su 3 rischia il fallimento entro il 2012. A lanciare l’allarme è uno studio di Unimpresa che è giunta a questa conclusione sulla base di una valutazione dei dati relativi alle sofferenze bancarie.

Il punto di partenza dell’analisi è la probabilità di ingresso in sofferenza entro l’arco di un anno che viene stimata attraverso una metodologia statistica basata su indicatori desunti dal bilancio dell’impresa e dalle segnalazioni delle banche alla Centrale dei rischi.

Secondo il Centro studi di Unimpresa 8 imprese in osservazione su 10 peggiorano la loro performance e salute finanziaria nei 12 mesi successivi al segnale di rischio. Il risultato è che, considerando le probabilità di default entro il 2012, ci si trova dinanzi ad una prospettiva in cui quasi un’impresa su 3 è a rischio.

Il settore più in crisi, in termini di maggior numero di imprese coinvolte, è quello dei servizi (30.134 su 101.257), seguito dal manifatturiero (22.073 su 40.178) e dalle costruzioni (16.129 su 32.402). Tuttavia, in percentuale, l’industria e l’edilizia stanno peggio degli altri con una azienda su due in sofferenza. Il Mezzogiorno è l’area del paese dove le possibilità di fallimento sono più alte.

“La fase di ‘contenimento’ del rischio basata su antiche regole impartite nelle direzioni crediti – afferma Luigi Scipione, membro del Centro studi e ricerche di Unimpresa – è in realtà per molte imprese l’anticamera del fallimento. Se le condizioni peggiorano e l’impresa comincia a generare sconfinamenti su sconfinamenti, le possibilità di salvezza si riducono drasticamente”.

Per Unimpresa, organizzazione di rappresentanza delle micro, piccole e medie imprese, all’aumentare delle sofferenze il sistema bancario risponde con metodi tradizionali, come gli scoperti di conto corrente, vantaggiosi per gli istituti finanziari ma pericolosi in presenza di una crisi diffusa di liquidità. Il combinato disposto di una politica finanziaria spericolata (troppa leva, credito a breve revocabile), dal lato dell’impresa, e di una politica creditizia mossa dall’assillo di ridurre la rischiosità a breve, dal lato del sistema creditizio, produce una crescita esponenziale del rischio di fallimento. Questo è successo nel periodo 2009-2011 e prosegue nel 2012 stando ai dati su fallimenti e sofferenze bancarie diffusi dalla Banca d’Italia.

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