I CFO: la via d’uscita nel medio-lungo periodo

di Barbara Weisz

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Uno studio di Deloitte e Andaf, fra i CFO delle principali aziende italiane su cause e strategie organizzative anticrisi. Comportamenti non etici e bolla speculativa le principali cause

La crisi si risolverà nel medio-lungo periodo, ma sono contenute le previsioni di riduzione degli investimenti. E si attende un incremento delle operazioni di acquisizione aziendale nel corso dell’anno.

Sono i principali risultati di uno studio realizzato da Deloitte, azienda di consulenza, in collaborazione con Andaf, associazione nazionale direttori amministrativi e finanziari, nel primo trimestre di quest’anno intervistando i CFO delle principali società italiane sulla percezione del contesto finanziario e le possibili strategie organizzative.

Questa crisi, commenta Paolo Bertoli, Presidente di Andaf, «è sicuramente un’occasione di miglioramento per le nostre aziende che, riorganizzandosi, potranno diventare più forti e competitive». Sulle cause c’e’ un notevole accordo: bolla speculativa (72% degli intervistati) e comportamenti non etici (70%), sono considerati i motivi principali, e si sottolinea l’esigenza di sistemi e regole di controllo interno ed esterno a garanzia di trasparenza e correttezza.

C’è anche un 33% che indica la compensazione di domanda e offerta attraverso la leva finanziaria. Per uscire dalla crisi ci vuole tempo (soluzione nel medio-lungo periodo), mentre il momento è considerato positivo per aumenti di capitale (40%) ed emissione di prestiti (37%). Per quanto riguarda l’accesso al credito, è diventato piu’ difficile per la quasi totalità del panel, 97%, e maggiormente oneroso per il 58%.

Questo non significa che i CFO ritengano il finanziamento bancario svantaggioso (lo pensa solo il 36%), ed è anzi possibile che venga incrementata la leva finanziaria (attraverso la richiesta di ulteriore credito alle banche) con una conseguente situazione di squilibrio nella struttura patrimoniale delle imprese.

Il 78% degli intervistati prevede una riduzione del fatturato, che comporterà una riduzione dei costi operativi, 85%, la massimizzazione del cash flow, 75%, la ristrutturazione del debito, 27%, la vendita di asset non strategici, 26%. La cosa interessante è che solo in due casi su dieci i manager pensano a ridurre gli investimenti, mentre «uno studio analogo è stato realizzato da Deloitte in UK», spiega Ciro Di Carluccio, responsabile del CFO Program Italia, dove «ben otto imprese su dieci ricorreranno ad una riduzione degli investimenti». Concordando sulla difficoltà ad accedere al credito, sono piu’ numerosi gli inglesi che ritengono oneroso il costo dell’indebitamento. E ancora, il 76% degli italiani considera la massimizzazione della liquidità come una priorità, contro il 96% dei britannici.

Contro la riduzione dei ricavi si prevede una razionalizzazione dell’offerta (54,2%), la ricerca di nuovi scenari competitivi (prodotti, canali e mercati). Solo il 18% ritiene efficace una diminuzione dei prezzi. Per far fronte all’aumento dei costi, l’80% evidenzia una razionalizzazione delle spese e il ricorso a riorganizzazioni interne. Ma non attraverso l’outsourcing, ritenuto utile da poco più del 2%. Il 40% pensa a ridefinire i rapporti con i fornitori. Buono il momento per investire nella crescita: il 77% si attende per esempio un incremento delle operazioni di merger and acquisition. Infine, i CFO vorrebbero essere maggiormente coinvolti nella definizione delle strategie, nel presidio dei rischi e nella gestione dell’innovazione.

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