Finanza, in difesa delle agenzie di rating

di Barbara Weisz

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La politica sbaglia a prendersela con mercati e agenzie di rating. Ci vuole una riforma delle regole. L'analisi dell'economista Andrea Resti.

La finanza è al centro di una crisi scoppiata nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers e che prosegue ancora oggi toccando il debito sovrano degli Stati. E le critiche al mondo della finanza, sui media, fra i politici, nell’opinione pubblica, persino nei film, da qualche anno sono all’ordine del giorno.

Fra le istituzioni finanziarie nel mirino, le agenzie di rating. Ma fra tanti critici, c’è anche qualcuno che le agenzie di rating le difende. Andrea Resti, professore associato del Dipartimento di finanza della Bocconi, non solo spezza una lancia in difesa delle agenzie, ma anzi critica la politica, che sembra molto più impegnata a prendersela con i mercati che non a cercare soluzioni efficaci alla crisi. Secondo l’economista, una buona idea sarebbe quella di cambiare le regole relative ai giudizi delle agenzie.

In passato, spiega Resti in un intervento sul quotidiano della Bocconi, le normative «hanno assegnato ai rating una sorta di valore legale, consentendo ad esempio risparmi patrimoniali alle banche che acquistavano bond provvisti di tripla A». Queste norme «andrebbero alleggerite, riportando i rating al loro ruolo originario: un’opinione emessa da un operatore specializzato».

Il problema è che per compiere un simile passo bisognerebbe trovare «un sistema migliore per misurare il rischio. Che per ora non si vede».

Quello che invece si vede continuamente sono «le accuse dei politici e dei grand commis di Stato alle agenzie di rating, cui spetta l’ingrato compito di segnalare per tempo l’inasprimento dei rischi per i risparmiatori», mentre invece «proprio la politica, mostrandosi indecisa nell’arginare la tempesta dei mercati, ha contribuito all’aggravarsi dei timori degli investitori».

Le polemiche sono da mesi al centro del dibattito su entrambe le sponde dell’Atlantico. Negli Usa il presidente Barack Obama l’estate scorsa ha frontalmente attaccato S&P che, con una decisione senza precedenti, ha tolto la tripla A agli Stati Uniti d’America. In Europa Moody’s, che fra l’altro ha da poco declassato il debito italiano di ben tre gradini (seguendo una revisione al ribasso di S&P), ha provocato la reazione critica del presidente della commissione europea (il portoghese Josè Manuel Barroso), quando ha rivisto al ribasso il rating del Portogallo.

Resti fa notare come la politica ultimamente non abbia certo brillato davanti alla crisi: «Da una parte il mediocre compromesso raggiunto alla tredicesima ora dal parlamento statunitense per scongiurare, in agosto, il rischio di insolvenza sui bond del Tesoro; dall’altra le difficoltà dei governi dell’area euro nel costruire un argine alla crisi del debito sovrano». Insomma, «di fronte a rinvii e balbettii sintomatici di una limitata e tardiva capacità di intervento, sarebbe stato difficile per i custodi del rating restarsene inerti» a maggior ragione «dopo che, nel 2008, furono accusati di non aver segnalato per tempo ai mercati il progressivo aggravarsi della crisi finanziaria».

In effetti, nel 2008 le agenzie non si limitarono a non prevedere la crisi, ma con un errore che probabilmente sarà difficile da dimenticare promuovevano quasi a pieni voti quella Lehman Brothers che, crollando, si trascinò dietro la finanza di mezzo mondo.

Comunque, l’economista ritiene che ci siano due misure allo studio, in Europa, poco condivisibili. La prima «è quella di imporre alle agenzie di non diffondere indicazioni» sui paesi «oggetto di piani di salvataggio». Qui la critica è feroce: idea «inquietante», perchè vieta un’opinione, e «potenzialmente controproducente», perchè toglie uno strumento informativo al mercato che «di fronte a un simile black out» è «improbabile» che reagisca «con compostezza, accontentandosi dei comunicati stampa di qualche vertice europeo che assicurano che tutto è (per ora…) sotto controllo».

La seconda proposta è quella di crare un’agenzia di rating europea, la quale secondo Resti «non convince» perchè «il declassamento del debito Usa dimostra che le agenzie non hanno timori reverenziali verso il paese dove hanno sede legale» mentre «un’agenzia finanziata (e controllata) dal settore pubblico potrebbe peccare di benevolenza verso il proprio azionista».

La conclusione è che «la riforma più urgente non riguarda le agenzie, ma la regolamentazione». E il tema centrale, si potrebbe aggiungere anche sulla base di quanto esposto dall’economista, è quello della misurazione, e della gestione, del rischio.

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