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Chapeau intervista i Loacker, imperatori indiscussi del Wafer

di Redazione PMI.it

2 Aprile 2026 11:45

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Dalla fondazione nel 1925 alla conquista globale: Andreas e Ulrich raccontano a Chapeau i segreti, le sfide e il futuro dell'azienda italiana leader dei wafer.

Andreas Loacker, attuale vicepresidente del gruppo, e Ulrich Zuenelli, presidente del consiglio di amministrazione, rappresentano la terza generazione alla guida del celebre colosso italiano dei dolciumi. Un’impresa globale che mantiene intatto lo spirito familiare e l’attenzione per la qualità.

La video intervista di Chapeau

In un’approfondita intervista rilasciata al canale YouTube di Chapeau, realizzata direttamente nello storico stabilimento incastonato tra le Dolomiti, Andreas Loacker – assieme al cugino Ulrich Zuenelli – ripercorre i cento anni di storia di un’azienda che oggi fattura circa 500 milioni di euro con il suo brand principale e produce ben 38.000 tonnellate di dolci.

Dai ricordi e le visioni dei due imprenditori, emerge il ritratto intimo e imprenditoriale di una famiglia capace di vendere circa 900 milioni di pezzi all’anno in oltre 100 paesi, conservando fieramente il 100% della proprietà aziendale e non cedendo mai a logiche di acquisizione esterne.

Ecco il video integrale, disponibile sulle principali piattaforme social di video streaming.

Dalle origini alle innovazioni di mercato

La storia ha inizio nel 1925 quando il fondatore, Alfons Loacker, decide di aprire una piccola pasticceria a Bolzano. La grande intuizione arriva grazie alla passione per il calcio: per creare un prodotto facilmente trasportabile, inizia a impacchettare i wafer nella stagnola, dando vita al primo vero snack portatile dell’azienda. Negli anni ’50 e ’60, la seconda generazione composta da Armin e Christine fa compiere all’azienda un salto decisivo, introducendo il primo forno automatico e adottando pionieristicamente il confezionamento “flowpack”, essenziale per preservare a lungo il gusto e la croccantezza del prodotto rispetto ai vecchi imballaggi.

I brevetti storici

Negli anni ’70, l’azienda compie una scelta radicale e in controtendenza: invece di espandersi in una classica zona industriale di fondovalle, decide di trasferire la produzione ad Auna di Sotto, sul Renon, a 1000 metri di altitudine. Questa decisione nasce dalla volontà di sfruttare l’aria pura e l’acqua di sorgente, elementi considerati fondamentali per garantire l’eccellenza del prodotto finito. Proprio in questo nuovo stabilimento, per risolvere problemi pratici legati ai continui spostamenti tra le linee, Armin inventa un grande “arco raffreddante” per i wafer, divenuto in seguito un brevetto e uno standard tecnologico per l’intera industria di settore.

L’espansione e la scommessa sul Medio Oriente

Il successo di Loacker non si ferma ai confini italiani. Grazie a massicci investimenti in leggendarie campagne pubblicitarie, come i famosi spot animati con i nanetti delle Dolomiti, il marchio diventa una vera e propria icona. Negli anni ’70 inizia una forte spinta verso l’estero, guidata da una strategia audace: puntare su mercati inizialmente snobbati da altri, come il Medio Oriente e in particolare l’Arabia Saudita. La scommessa si basava sulla ricerca di consumatori disposti a pagare un prezzo premium per un’altissima qualità. Oggi questa visione paga enormemente: il 75% del fatturato del marchio è sviluppato al di fuori dell’Italia, con posizioni di leadership in numerosi mercati internazionali.

Le sfide, gli errori e i consigli per fare impresa

Il percorso verso il successo globale non è stato privo di ostacoli o di passi falsi. Durante l’intervista, la leadership attuale non nasconde i momenti difficili: dalla crisi finanziaria all’escalation delle tasse, fino ai lanci di prodotto non andati a buon fine.

Nonostante ciò, il consiglio che i due imprenditori lasciano alle nuove generazioni è prezioso: in un’epoca di grandi trasformazioni serve coraggio per imbarcarsi in nuove sfide, costanza per superare i fallimenti e una forte passione per ciò che si fa, ricordando che il denaro non deve mai essere l’unico motore per chi vuole fare impresa.