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Pensioni INPS, salario minimo e contributi ai giovani

di Barbara Weisz

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Rapporto INPS e proposte Boeri per la sostenibilità delle sistema delle pensioni, superando il nodo precarietà e previdenza: salario minimo e fiscalizzazione contributi neo assunti.

Salario minimo per chi lavora, fissato per legge, con la contrattazione più orientata verso la dimensione decentrata, decontribuzione contratti a tempo indeterminato di inizio carriera, per incrementare le future pensioni dei giovani, assicurazione salariale per chi cambia posto di lavoro: sono le proposte a margine della Rapporto INPS presentato alla Camera dal presidente Tito Boeri. Obiettivo, potenziare il mercato del lavoro e il sistema previdenziale. Vediamo con precisione come si configurano le diverse proposte.

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Salario minimo

Il salario minimo garantito avrebbe:

«il duplice vantaggio di favorire il decentramento della contrattazione e di offrire uno zoccolo retributivo minimo per quel crescente numero di lavoratori che sfugge alle maglie della contrattazione.

Secondo Boeri, una premessa per questo passaggio può essere rappresentata dalla nuova legge sul lavoro accessorio, che fissa in 12 euro lordi, 9 netti, la retribuzione minima oraria. La soluzione, come è noto, non piace ai sindacati, che preferiscono la contrattazione collettiva. Alla quale, secondo Boeri, la misura in realtà non toglierebbe spazio, proteggendo anzi i lavoratori che non sono tutelati da contratti.

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Pensioni future

Per quanto riguarda le pensioni future, il ragionamento di Boeri parte dalla preoccupazione per la minore appetibilità delle assunzioni con contratti a tempo indeterminato dopo la fine degli incentivi contributivi del 2015, e invita la politica a

«riconsiderare il regime dei contratti a tempo determinato, che trasferiscono troppa parte del rischio di impresa sul lavoratore, potendo essere rinnovati ben 5 volte nell’arco di 3 anni».

Il problema è l’intreccio fra precarietà e previdenza, frequenti episodi di non-occupazione all’inizio della carriera lavorativa hanno effetti rilevanti sulle pensioni future di chi è nato dopo il 1980 ed è perciò interamente assoggettato al regime contributivo. Da qui, la proposta:

«questo rischio potrebbe essere in parte coperto fiscalizzando una componente dei contributi previdenziali all’inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto a tempo indeterminato».

Significa che lo stato paga una parte dei contributi previdenziali, incentivando le assunzioni e incrementando la posizione contributiva per la pensione. Una misura che «al contrario di molte di quelle proposte nella cosiddetta fase due del confronto governo-sindacati sulla previdenza, opererebbe un trasferimento dai lavoratori più anziani e dai pensionati verso i giovani e assicurerebbe sin d’ora uno zoccolo minimo di pensione a chi inizia a lavorare, oltre ad incoraggiare le assunzioni a tempo indeterminato. Al contrario, bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile agli andamenti demografici non è affatto una misura a favore dei giovani. Scarica sui nostri figli e sui figli dei nostri figli i costi di questo mancato adeguamento».

In realtà, lo ricordiamo, sono già in atto misure di decontribuzione per le nuove assunzioni di giovani, da quella prevista dalla Legge di Stabilità 2018 alle agevolazioni riservate alle imprese del Sud.

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Assicurazione salariale

Altra proposta per rendere più competitivo il mercato del lavoro e la sua sostenibilità, introdurre il meccanismo dell’assicurazione salariale per chi cambia lavoro, che salvaguarda per un determinato periodo il livello di stipendio precedente.

Infine, una nota positiva: le nuove regole sul licenziamento previste dal contratto a tutele crescenti del Jobs Act hanno rimosso il tassa alla crescita delle imprese oltre i 15 dipendenti: sopra questa soglia prima scattava l’articolo 18, non più previsto per i nuovi assunti, mentre ora il superamento dei 15 dipendenti attraverso nuove assunzioni, necessariamente a tutele crescenti, comporta automaticamente l’applicazione del nuovo contratti introdotto dal Jobs Act anche ai dipendenti che erano stati assunti precedentemente. In pratica, il superamento della soglia dei 15 dipendenti non comporta più l’applicazione della tutela reale del reintegro nel posto di lavoro. Risultato: il numero di imprese private che superano la soglia dei 15 addetti è passato dalle 8mila al mese di fine 2014 alle 12mila dopo l’introduzione del contratto a tutele crescenti.

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