8 marzo, donne pagate meno e per lavori peggiori

di Lorenzo Gennari

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Secondo una ricerca della Provincia di Torino, i cui risultati sono confermati dalle ricerche Istat, le donne italiane guadagnerebbero meno dei colleghi maschi e sarebbero impiegate in lavori peggiori.

Le donne – secondo una ricerca della Provincia di Torino – oltre ad ottenere con più difficoltà degli uomini un lavoro stabile, lo trovano anche in settori da tempo abbandonati dai colleghi maschi, in cui il carico di stress è maggiore. A questo risultato sono giunti, partendo da analisi diverse e con scopi differenti, anche aziende private ed enti specializzati nelle statistiche.

L’Istat, ad esempio, ha svolto la ricerca “8 marzo: giovani donne in cifre” su istruzione, mercato del lavoro e ruolo in famiglia delle donne, grazie alla quale si può concludere che la parità uomo-donna è ancora distante. Come conseguenza – e a dirlo è CPP Italia, divisione della multinazionale inglese specializzata nella tutela delle carte di pagamento e dei documenti personali – c’è una mancata parità economica tra i sessi che permette all’uomo di avere mediamente più denaro contante nel portafogli, ma anche un maggior numero di carte di pagamento.

A salvare le donne dalla catena “meno lavoro, meno denaro” rimane la Pubblica Amministrazione che garantisce ancora una forma di tutela per le lavoratrici pubbliche. Proprio in questi ultimi giorni, il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta e il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna hanno firmato la direttiva che detta le Linee guida sulle modalità di funzionamento dei “Comitati unici di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni” (CUG).

Un altro passo verso l’individuazione di regole per meglio conciliare il lavoro e la famiglia, problema storicamente legato al doppio ruolo della donna di lavoratrice ordinaria e domestica, è quello garantito dall’intesa firmata ieri dal ministero del Lavoro e dalle parti sociali, Cgil compresa. Tra le iniziative prese in considerazione, c’è la possibilità di usufruire del congedo parentale in modalità part time, allungandone la durata da 6 a 12 mesi.

Ma c’è anche l’incentivazione del telelavoro, la creazione di banche-ore, la possibilità di ottenere una modalità di lavoro più flessibile in caso di cura per grave infermità del coniuge o di un parente entro il secondo grado. Oppure l’impegno del datore di lavoro di restituire alla lavoratrice, tornata al lavoro dopo la maternità, le stesse mansioni o equivalenti. Che corrisponde a quel ripristino della legge 188/2007 che vieta le dimissioni in bianco, auspicata dal leader della Cgil, Susanna Camusso.

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