Il burnout è la sindrome da esaurimento professionale che nasce da uno stress lavorativo cronico non gestito, con perdita di energie, distacco dal lavoro e senso di inefficacia. L’OMS, nella classificazione ICD-11, lo qualifica come fenomeno occupazionale e non come malattia, e in Italia è molto diffuso: secondo il Rapporto Censis 2025 il 31,8% dei dipendenti ha provato forme di esaurimento o distacco verso il proprio lavoro. Riconoscerlo come malattia professionale è possibile, ma solo per via non tabellata e con la prova del nesso con il lavoro.
In sintesi
- il burnout è una sindrome da esaurimento professionale legata a stress lavorativo cronico, con esaurimento, cinismo e ridotta efficacia;
- l’OMS, nell’ICD-11, lo qualifica come fenomeno occupazionale e non come malattia;
- non è una malattia professionale tabellata, ma può essere riconosciuto come non tabellata con onere della prova a carico del lavoratore;
- tra il 2019 e il 2023 le denunce per malattie psichiche da lavoro sono state 2.047, riconosciute nel 7,3% dei casi;
- la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato è obbligatoria per il datore ai sensi dell’art. 28 del d.lgs. n. 81/2008.
Burnout, definizione e dimensioni della sindrome
Il burnout è uno specifico disagio psicofisico connesso al lavoro, descritto a partire dagli anni Settanta da Herbert Freudenberger e Christina Maslach. Nasce dallo squilibrio prolungato tra le richieste dell’attività e le risorse della persona, e l’OMS, recependo la lettura di Maslach e Leiter, lo descrive in tre dimensioni:
- l’esaurimento emotivo e fisico, con sensazione di energie prosciugate;
- la depersonalizzazione, con distacco e atteggiamenti di cinismo verso il lavoro;
- la ridotta efficacia professionale, con senso di inadeguatezza.
La difficoltà di riconoscere per tempo il problema dipende dal fatto che i primi segnali, come stanchezza e calo di motivazione, sono comuni anche a fasi di vita più impegnative, e per questo tendono a essere sottovalutati.
Sintomi del burnout
I sintomi del burnout si manifestano su tre piani. Sul piano fisico compaiono stanchezza cronica, insonnia, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali e tachicardia; sul piano emotivo irritabilità, ansia, calo dell’autostima e senso di fallimento; sul piano cognitivo difficoltà di concentrazione e di memoria, con calo del rendimento. Chi riconosce questi segnali del burnout in forma persistente dovrebbe rivolgersi al medico competente o a un professionista della salute.
Cause del burnout
Le cause del burnout sono in prevalenza organizzative. Pesano i carichi di lavoro eccessivi, la mancanza di autonomia e di supporto, una leadership inadeguata, i conflitti interpersonali, gli orari e i turni stressanti e una retribuzione percepita come incoerente con l’impegno richiesto. A questi fattori si aggiungono elementi individuali, come aspettative molto elevate o una scarsa possibilità di recupero, che amplificano l’effetto dell’ambiente di lavoro.
Burnout e riconoscimento come malattia professionale
Il burnout non è una malattia professionale tabellata e non gode quindi della presunzione legale d’origine. L’OMS lo classifica come fenomeno occupazionale, e lo stesso INAIL, nella scheda Dimeila del 2025, lo inquadra così, con l’accento sulla prevenzione del rischio psicosociale. Può essere riconosciuto come malattia professionale solo per via non tabellata, sul binario dei disturbi psichici da costrittività organizzativa, e in quel caso l’onere della prova del nesso con il lavoro grava sul lavoratore.
La Cassazione, con l’ordinanza n. 27444 del 14 ottobre 2025, ha ribadito che la patologia in sé non dimostra l’origine lavorativa, che va provata con gli eventi concreti dell’organizzazione. I numeri spiegano la difficoltà: tra il 2019 e il 2023 le denunce per malattie psichiche da lavoro sono state 2.047, riconosciute solo nel 7,3% dei casi, contro il 47,1% delle patologie non psichiche. Il burnout rientra nel più ampio capitolo delle malattie professionali riconosciute dall’INAIL.
Diffusione del burnout in Italia
La diffusione del fenomeno è ampia. Secondo il Rapporto Censis 2025 il malessere psicologico legato al lavoro coinvolge il 47,7% dei giovani, il 28,2% degli adulti e il 23% dei dipendenti più anziani, mentre circa un dipendente su tre dichiara forme di esaurimento o distacco. I settori più esposti sono sanità, commercio e pubblica amministrazione, con un peso rilevante anche in banche, call center e servizi, dove la pressione organizzativa è più intensa.
Prevenzione e obblighi del datore di lavoro
La prevenzione è la leva principale. La valutazione del rischio da stress lavoro-correlato è obbligatoria ai sensi dell’art. 28 del d.lgs. n. 81/2008, e una gestione corretta riduce a monte il rischio che lo stress evolva in burnout. L’INAIL mette a disposizione strumenti di misurazione e strategie articolate su prevenzione primaria, secondaria e terziaria, dalla riprogettazione dell’organizzazione fino al reinserimento di chi ha sviluppato la sindrome.
Per le imprese il vantaggio è doppio: tutelare le persone e ridurre assenze, infortuni e cali di produttività che lo stress cronico porta con sé. La sorveglianza sanitaria del medico competente e un clima organizzativo sano restano gli strumenti più efficaci.