Referendum il 4 dicembre, il sì delle imprese

di Barbara Weisz

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Da Confindustria a Rete Imprese Italia, tutti compatti per il sì al referendum costituzionale, sindacati compresi tranne la Cgil: focus sulla riforma e sulle conseguenze dirette per cittadini e aziende.

Adesso c’è anche la data, il 4 dicembre, per il referendum costituzionale sulla riforma che prevede fra le altre cose la fine del bicameralismo perfetto, con il Senato non più eletto direttamente e la riduzione del numero dei parlamentari. Un appuntamento politico per gli elettori, chiamati ad esprimersi su temi che richiedono un pronunciamento popolare in base all’articolo 138 della Costituzione, ma che interessa parecchio anche le imprese. Che rappresentano, almeno tra le realtà medio-grandi, uno dei fronti più compatti per il (le opposizioni sono per il no, la maggioranza è divisa, i sindacati pure). Vediamo esattamente su che cosa andremo a votare e quali sono i riflessi sul mondo delle imprese e del lavoro.

=> Referendum Costituzionale, il fronte del no

L’articolo 138 della Costituzione è quello che stabilisce l’iter delle leggi costituzionali (ovvero che modificano la carta fondativa), che è diverso da quello delle leggi ordinarie. Per approvare una legge costituzionale non basta un semplice sì a maggioranza di entrambe le Camere, ma ci vogliono due passaggi in ciascuna delle due aule, distanziati di almeno tre mesi. Quindi, una legge costituzionale fa un primo passaggio alla Camera e al Senato, e dopo almeno tre mesi ritorna in entrambi gli emicicli. Se la legge, al termine di questo iter, è approvata con una maggioranza qualificata di almeno due terzi, non si può indire il referendum costituzionale. Se invece la legge è approvata a maggioranza assoluta (il 50% + 1), è possibile sottoporla a referendum raccogliendo, entro tre mesi dalla pubblicazione della norma in Gazzetta Ufficiale, le firme di un quinto dei membri di una Camera, o di 500mila elettori, o l’adesione di cinque Consigli regionali.

Su cosa si vota

Ebbene, nel caso specifico, la legge costituzionale sottoposta a referendum è pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 15 aprile, riguarda “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”, è stata approvata a maggioranza  assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, e le opposizioni hanno chiesto il referendum (c’è stato anche un tentativo di raccogliere le 500mila firme, che non è riuscito). L’ultimo atto è stato rappresentato, appunto, dall’approvazione della data da parte del Cdm.

Le legge sottoposta al voto referendario contiene 41 articoli, che vanno a modificare la seconda parte della Costituzione. Di fatto, le novità fondamentali che vengono introdotte sono le seguenti.

  • Cambiano le funzioni delle due aule parlamentari (articolo 55 della Costituzione). La Camera dei Deputati resta l’assemblea legislativa: per la precisione, «è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo  politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo». Il Senato «rappresenta le istituzioni  territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica». Una sorta di Senato delle Regioni, con funzioni e poteri diversi da quelli di Montecitorio, mentre attualmente le due aule hanno le stesse funzioni (bicameralismo perfetto). In realtà il Senato mantiene alcune funzioni legislative, oltre ad avere la nuova funzione di «raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea». Un’altra conseguenza della fine del bicameralismo perfetto, che come detto cambia l’iter parlamentare delle leggi, è che Palazzo Madama non voterà più la fiducia al Governo. Non è un punto da trascurare, significa che tecnicamente all’esecutivo, per governare, basta la maggioranza della Camera.
  • Cambia il modo in cui le due Camere vengono elette. Resta a elezioni diretta l’assemblea di Montecitorio (con la nuova legge elettorale, l’Italicum, che già incamera la riforma della costituzione), mentre i membri del Senato verranno scelti fra i consiglieri regionali. Le due camere, quindi non solo non avranno più le stesse funzioni, ma non si formeranno nemmeno nello stesso momento, perché i senatori cambiano con le elezioni regionali («la durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti»).
  • Parlamento più snello: diminuisce il numero dei senatori che saranno 100 (95 consiglieri regionali, e 5 senatori a vita), mentre oggi sono 315.
  • Fra le altre misure rilevanti, soppressione del CNEL (consiglio nazionale economia e lavoro), e revisione del titolo quinto, che riguarda i poteri degli enti locali (il federalismo): la riforma riporta allo stato una serie di competenze che attualmente sono della Regioni.

Riflessi sulle imprese

Per quale motivo le imprese prendono posizione su un referendum che riguarda i meccanismi della politica? «Il destino del Paese è collegato al destino delle imprese; il destino delle imprese è legato a quello del Paese» ha sintetizzato Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. Sul sì alla legge costituzionale sono fondamentalmente d’accordo tutte le associazioni imprenditoriali, ad esempio Rete Imprese Italia (che riunisce cinque sigle di associazioni di PMI).  Con varie sfumature, la motivazione è sempre la stessa, e riguarda la necessità di una stabilità politica in un momento in cui il paese sta faticosamente agganciando la ripresa economica. La vittoria del no, determinerebbe la caduta del Governo (Renzi ha più volte ribadito questa intenzione).

Risvolti di politica economica

Vista la data, 4 dicembre, qualunque sia l’esito referendario la Legge di Stabilità 2017 sarà approvata da questo parlamento. Che però, se vincesse il no, prevedibilmente si scioglierebbe a inizio 2017 per andare a nuove elezioni.

Di fatto, è questo il rischio che molte imprese vogliono evitare. Anche (forse) in considerazione dei molteplici incentivi che la Legge di Stabilità è destinata a prevedere (e che potrebbero essere revocati da un diverso parlamento). C’è anche l’ipotesi che l’eventuale caduta del governo Renzi non porti a elezioni, ma alla formazione di un altro governo con diversa maggioranza parlamentare: ipotesi da una parte più difficile da attuare, dall’altra comunque non necessariamente foriera di stabilità e continuità politica.

Il fronte del no

Le parti sociali sono spaccate, nel senso che al sì delle grandi imprese corrisponde (come spesso accade) la posizione contraria delle piccole realtà e dei sindacati, che però non sono schierati compattamente per il no. L’unica sigla, fra i confederali, ad esprimersi ufficialmente è stata la Cgil, a inizio settembre, pur sottolineando:

«la libertà di posizioni individuali diverse di iscritti e dirigenti, trattandosi di questioni costituzionali».

La Cisl e la Uil al momento lasciano piena libertà: la Cisl con ogni probabilità non si schiererà, la Uil sta ancora valutando gli impatti delle due posizioni. La motivazione fondamentale del no sindacale, dove viene espresso, è rappresentata dai timori per un maggior potere del governo rispetto a quello delle Camere.

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