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Riforma Pensioni: Opzione Donna e APE Sociale meno costose di Quota 41

di Redazione PMI.it

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Con la Legge di Bilancio 2022 è attesa una mini-riforma pensioni: ipotesi e certezze sulle prossime misure di uscita anticipata.

Con l’imminente avvio dei lavori della Legge di Bilancio 2022  si riaccende il dibattito sulla riforma delle pensioni che, orfana di risorse dedicate nel PNRR, guarda alla Manovra economica per la definizione dei necessari fondi, ben pochi rispetto alle richieste sindacali, ma che, con i suggerimenti di esperti ed economisti potrebbero forse essere ottimizzati per ottenere delle soluzioni di compromesso. Al momento, si sono due certezze:

  • il Governo è orientato a contenere la spesa previdenziale, orientamento che favorirebbe la sola proroga ed il potenziamento di misure già in vigore a tutela di fasce deboli (Opzione Donna) e lavoratori svantaggiati (APe Social);
  • con il 2021 diremo addio a Quota 100 in scadenza il 31 dicembre senza speranze di un rinnovo, mentre invece per APe Social e Opzione Donna ci sono addirittura ipotesi di trasformazione in misura permanente.

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Riforma pensioni in Legge di Bilancio

Cosa deciderà il Governo in merito alle forme di flessibilità di uscita dal mondo del lavoro dipende molto dalle risorse che riuscirà ad avere a disposizione. Limitarsi a prorogare di un anno APE Sociale e Opzione Donna costerebbe senz’altro meno di una Quota 102 (64 di età + 36 di contributi) o di una Quota 41 per tutti (senza requisito anagrafico).

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Per sostituire Quota 100 con una nuova pensione anticipata, infatti, bisognerebbe superare il nodo risorse. Per non gravare sui conti dello Stato, si potrebbero però introdurre penalizzazioni in uscita anticipata, quali:

  • taglio per ogni anno di anticipo;
  • calcolo contributivo dell’intera pensione o degli anni anticipati, per poi aggiungere l’eventuale quota retributiva al raggiungimento dei requisiti di vecchiaia (proposta del presidente INPS);
  • contributi a carico del pensionato degli anni di anticipo, in stile APe volontario.

Altra ipotesi  caldeggiata è quella di potenziare strumenti come l’isopensione e i contratti di espansione, in grado di garantire flessibilità in uscita senza richiedere eccessive risorse statali.