Bill Gates e il “capitalismo creativo”

di Paolo Iasevoli

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Durante il suo discorso ai neolaureati di Harvard, Gates traccia le linee di un nuovo modo di fare impresa, più attento alla responsabilità sociale che al profitto economico diretto

Quando l’uomo più ricco del mondo elargisce consigli su come fare impresa, bisognerebbe ascoltare con attenzione. Devono averla pensata così i neolaureati di Harvard, mentre Bill Gates illustrava la strada da seguire per le loro future attività di business.

“Capitalismo creativo”, ovvero: pensare meno al ritorno economico immediato e più al benessere diffuso della società in cui l’impresa si trova ad operare. Un capitalismo all’insegna della responsabilità sociale, quindi, che va oltre il pur fondamentale rispetto per l’ambiente e per i propri dipendenti.

Nella visione di Gates, gli imprenditori diventano soggetti attivi anche politicamente, adoperando la propria influenza per spingere i rispettivi Governi ad essere altrettanto responsabili verso la popolazione, e in particolare nei confronti dei più poveri.

Potrebbe sembrare strano detto dal più grande imprenditore di tutti i tempi, cresciuto nei cinici Stati Uniti d’America, e che proprio grazie a quel sistema ha raggiunto la posizione che occupa oggi. Ma basta guardare le iniziative che Gates attua continuamente dal 2000 con la sua Fondazione per rendersi conto che le sue non sono solo belle parole ma corrispondono invece a una volontà concreta di cambiare lo stato delle cose.

Quando dice che «possiamo far sì che le forze di mercato migliorino in favore dei più poveri»… «in modo da consentire a più persone di raggiungere un profitto», Gates non sta solo facendo sterile propaganda, ma pone le basi per un’azione che parte dal benessere diffuso per incrementare ulteriormente il benessere di tutta la popolazione.

E in questo processo le nuove tecnologie giocano un ruolo di primo piano. Internet «aumenta esponenzialmente il numero di menti brillanti che lavorano sullo stesso problema ma, per ogni persona che ha accesso a questa tecnologia, 5 ne sono prive». Quello di cui parla Gates è dunque un enorme potenziale sprecato a causa del digital divide causato dalla povertà.

È lo stesso Gates a dare l’esempio: proprio ieri è stato annunciato un piano per l’informatizzazione dell’Africa, frutto di una partnership tra Microsoft e l’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale dell’ONU. Il progetto pilota partirà in Uganda e ci si aspetta che crei posti di lavoro, incrementi il livello di alfabetizzazione e rappresenti un primo importante passo per ridurre il divario evidenziato da Gates.