De Bortoli: l’editoria deve cambiare

di Giacomo Dotta

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Una provocazione di Ferruccio De Bortoli ha acceso il dibattito: come deve cambiare il mondo dell'editoria? Come vanno adeguati i contratti? Come deve adeguarsi l'imprenditoria editoriale alla rivoluzione digitale in atto?

Lo tsunami della rivoluzione digitale sta per arrivare sulle sponde del giornalismo. Acque tranquille da troppo tempo sono destinate ad agitarsi e a cambiare definitivamente i connotati di un settore che, a partire dalle Pmi fino ai grandi nomi del comparto, sta per vivere un inevitabile sussulto. Inizia tutto con una provocazione firmata Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera.

Una lettera aperta di De Bortoli ha portato in pubblico una lotta intestina ormai in auge da tempo: l’apertura del mondo editoriale alle realtà online ha messo in luce tutte le debolezze dei vecchi contratti del settore, le cui regole si sono stratificate negli anni sulla base del dogma cartaceo e che ora vedono messi in discussione gli assiomi principali in virtù della trasformazione digitale dei formati.

De Bortoli ha contestato così il giornalismo che si aggrappa al passato per difendere i privilegi della nicchia e di una corporazione che non intende adeguarsi all’innovazione.

De Bortoli ha fatto un appello a redazioni più giovani e capaci, chiedendo soprattutto di aprire le grandi firme anche ai nuovi formati con cui le testate giungono agli utenti (ad esempio la versione iPad del Corriere della Sera).

La risposta del Comitato di Redazione è stata immediata, ma non diretta: «Quella del giornalista è per moltissimi aspetti una professione come le altre. La sua peculiarità è di informare su tutti gli aspetti della società in modo libero da condizionamenti di qualunque genere […]. Si addossano alla redazione responsabilità che appartengono a scelte editoriali e imprenditoriali errate e spesso dissennate. Si imputa ai giornalisti il rifiuto della modernità e della sfida tecnologica, quando da oltre due anni la redazione chiede – come dimostrano diversi comunicati e lo stesso accordo sullo stato di crisi firmato al ministero – di conoscere i piani di sviluppo aziendali e gli investimenti sulla multimedialità senza ottenere mai nessuna risposta concreta, ma solo promesse e annunci».

Da una parte c’è un direttore che chiede maggior rispetto per le necessità aziendali. Dall’altra c’è una redazione che chiede rispetto per la professione ad ogni stadio della sua manifestazione: dalla precarietà dei freelance all’esperienza dei big.

Ma il Corriere della Sera altro non è se non un singolo caso, quello più rumoroso, la punta dell’iceberg. In realtà il dibattito coinvolge in modo ben più esteso l’intero settore. Il futuro è fatto di contratti da rivedere, regole da ridefinire ed una istituzione intera da rimodulare. Tanto i grandi giornali quanto la piccola imprenditoria dovranno adeguarvisi e, possibilmente, anticipare l’ondata per non rimanerne travolti.