Imprese Sud: tasse e burocrazia pesano più della mafia

di Barbara Weisz

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Le imprese italiane stanno soffocando sotto il peso delle troppe tasse. A lanciare il grido d’allarme sulla pressione fiscale in Italia, condiviso dalla stragrande maggioranza degli imprenditori, è stato recentemente il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi.

E a testimoniarlo, se mai di questo genere di conferme ci fosse ancora bisogno, c’è anche la recente indagine Ipsos per la Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa) sugli industriali del SudMezzogiorno, imprese e sviluppo: la crisi come occasione di cambiamento“.

I problemi, anche strutturali, da risolvere per chi fa impresa nel Mezzogiorno sono parecchi (burocrazia lenta, stretta al credito, ritardi nei pagamenti) ma per la stragrande maggioranza, ovvero per l’80% degli imprenditori, il nodo principale da sciogliere è rappresentato dall’eccessiva pressione fiscale.

L’inchiesta è stata fatta su base qualitativa, attraverso tre focus group in altrettante città  del Meridione, e quantitativa, con interviste telefoniche a 240 imprenditori del Sud Italia.

Fra i problemi cronici strutturali del Mezzogiorno, come è facile immaginare, viene indicata anche la criminalità  organizzata, ma in realtà  la mafia non è il problema numero uno per le aziende, anzi non è nemmeno fra i primi cinque.

Dopo le tasse, intese come carico fiscale sull’impresa e sul lavoro e costo del lavoro [<< Leggi le tasse in Italia nel confronto internazionale], come questioni urgenti vengono indicate l’eccesso di burocrazia (74%) e le lungaggini della PA locale (72%). Segue la qualità  della classe politica locale, al 62%.

Come si vede, le quattro problematiche ritenute più spinose sono tutte legate al rapporto con l’Istituzione pubblica.

Il condizionamento della criminalità  sull’economia viene indicato dal 30% degli imprenditori, considerato un problema meno grave della scarsa collaborazione fra imprese locali e della bassa qualità  delle infrastrutture.

Ci sono poi altre categorie di problemi, non struttrali ma legati all’attuale crisi: i primi tre sono l’insolvenza e il ritardo dei pagamenti dei debitori privati, il ritardo dei pagamenti della PA, la stretta creditizia e il rifiuto di finanziamenti.

Gli imprenditori del Sud sono molto negativi nei confronti della crisi, ben più della metà , il 59%, ritiene che il peggio debba ancora arrivare, mentre il 34% pensa che siamo ora all’apice della crisi e solo il 5% è convinto che il peggio sia passato.

Sconforto, dunque, ma non solo: essere imprenditori al Sud è motivo di orgoglio per l'84% degli industriali intervistati.

La ricetta per il futuro del Sud passa attraverso tre fattori:

  1. Coesione: ci vuole un cambiamento di natura culturale, soprattutto degli stessi imprenditori. Il 70% considera la coesione tra aziende, oggi quasi assente, un volano fondamentale per la futura crescita;
  2. Programmazione: necessaria soprattutto per il rilancio di settori come il turismo, l’agricoltura e l’agroalimentare. Imprese e politica devono pensare sul medio-lungo periodo, con attenzione sui mercati internazionali;
  3. Coerenza: in particolare la richiesta è la politica locale, che deve essere anche più incisiva e lungimirante. Coerenza si chiede anche ai cittadini nelle proprie scelte, alla pubblica amministrazione rispetto al proprio modo di agire quotidiano, e alle stesse imprese in termini di rispetto degli accordi al fine di alimentare un clima di fiducia.

Per approfondimenti consulta la ricerca Ipsos “Mezzogiorno, imprese e sviluppo: la crisi come occasione di cambiamento