Islanda: democrazia partecipativa online e crowdsourcing

di Stefano Gorla

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Il caso dell'Islanda ha dimostrato che redigere la nuova carta costituzionale facendo ricorso al contributo degli utenti internet e dei social network è possibile. Un esempio importante di democrazia partecipativa.

Il 16 maggio 2011 è stato presentato a Ginevra, dall’Ufficio dell’Alto Commissario per la promozione e protezione dei diritti umani, un rapporto dedicato ad Internet come strumento per la libertà di espressione. [Scarica il Rapporto]

L’esperto ONU che ha redatto il Rapporto, Frank La Rue, denuncia  come i governi temano sempre più la libertà di Internet e tentino di limitare il flusso di informazioni sulla Rete per bloccare la sua capacità di mobilitare la persone a sfidare lo status quo.

A tal fine “Governments are using increasingly sophisticated technologies to block content, and to monitor and identify activists and critics” [tradotto: “I governi stanno usando tecnologie sempre più sofisticate per bloccare i contenuti, e per monitorare ed identificare gli attivisti e critici”].

Nonostante ciò i movimenti in Rete si organizzano e fanno sentire la loro voce: in Spagna i movimenti di protesta degli Indignados si sono coordinati via web, riuscendo a consegnare un manifesto comune di richieste al Governo di Zapatero.

Ma il mese scorso il Consiglio Costituzionale (Stjornlagarad) dell’Islanda ha deciso di impiegare Internet come strumento di riforma costituzionale. Sul suo sito è possibile contribuire, dopo esserersi registrati, alla stesura degli articoli della nuova costituzione, anche attraverso i social media come Facebook o Twitter.

L’Islanda vuole revisionare il testo della Costituzione che, dalla sua indipendenza dalla Danimarca nel 1944, è rimasto sostanzialmente immutato con una configurazione dello Stato basata sulla forma di governo della Repubblica Parlamentare, guidata da un Presidente eletto ogni 4 anni.