Aziende: il 45% cerca candidati su Facebook

di Tullio Matteo Fanti

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Secondo una ricerca di CareerBuilder.com, il 45% delle aziende cercherebbe i propri candidati sulle pagine dei social network: Facebook risulta, come prevedibile, il portale più utilizzato

Sempre più aziende utilizzano il Web per selezionare candidati ed offrire loro un posto di lavoro. Come noto, è una vera escalation quella dei social network – vetrine informative spesso anche indiscrete – utilizzati da datori di lavoro, reclutatori e manager per effettuare ricerche su dipendenti, presenti e futuri.Con una particolare predilezione per Facebook.

In accordo con una ricerca promossa da CareerBuilder.com e svolta da Harris Interactive, ben il 45% dei datori di lavoro farebbe attualmente un uso intensivo di tale tipologia di portali per ricercare informazioni sui propri candidati.

Tra le restanti aziende prese in esame, un 11% si dichiara comunque sedotto da tale opportunità e pronto a farne uso in un prossimo futuro.

Come prevedibile, per chi ricerca notizie aggiuntive sui candidati ad un posto di lavoro scandagliando i social network, Facebook è il più gettonato (29%), seguito da LinkedIn (26%) e MySpace (21%).

Anche i blog risultano un appetibile luogo di ricerca per l’11% del campione, mentre il 7% si dimostra interessato a Twitter.

Le aziende più affermate, per le proprie ricerche utilizzano anche i motori di ricerca, in special modo quelli specializzati in tecnologia e raccolta di dati sensibili: Information Technology (63%) e Professional & Business Services (53%).

Le informazioni fornite da chi cerca lavoro all’interno dei portali diventano quindi strategiche per una eventuale assunzione: ben il 55% dei datori di lavoro avrebbe infatti ammesso di aver scartato candidati proprio a causa di alcune informazioni scovate all’interno di alcuni social network.

Tra gli elementi in grado di influenzare la scelta, foto o informazioni sconvenienti (53%), riferimenti all’utilizzo di droghe o all’assunzione di alcol (44%), la descrizione di cattive esperienze di lavoro (35%) o commenti discriminatori (26%).

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