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Riforma del lavoro: conto salato per le Partite IVA

di Francesca Vinciarelli

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La protesta degli ordini professionali sulle penalizzazioni della riforma del lavoro: la disciplina sulle partite IVA metterebbe in difficoltà intere categorie di lavoratori indipendenti, come ad esempio quella degli architetti.

Parere contrario dal mondo delle partite IVA, all’indomani della presentazione del testo finale della riforma del lavoro sulle misure di contrasto contro le false collaborazioni, che di fatto non tengono conto di molte realtà differenti al caso limite del subordinato mascherato da consulente.In molti casi sono gli stessi consulenti che scelgono questa opzione, e in altrettanti casi gli studi professionali non hanno altre alternative.

Ma di cosa parliamo?  La riforma messa a punto da Elsa Fornero prevede che i consulenti a partita IVA non possano lavorare per oltre sei mesi per un medesimo cliente, ricevendo da questi il 75% dei propri compensi: in questo caso, dovrebbero essere assunti come dipendenti.

Una norma che, secondo il Consiglio nazionale degli architetti, di fatto demonizza tutti i consulenti a partita IVA, mettendoli tutti sullo stesso piano: ad essere penalizzate sono così molte categorie di lavoratori.

Il Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, sottolinea che non sempre si tratta di losche manovre ma di semplici processi di ingresso nel mercato del lavoro, sufragati dai numeri: «i rapporti non contrattualizzati a un anno dalla laurea interessano il 14%, per scendere al 2% dopo cinque anni».

Dunque, «in un quadro in cui a cinque anni dalla laurea 3 architetti su 4 sono professionisti autonomi, i numeri dimostrano che il fenomeno delle false partite IVA tra gli iscritti all’albo è marginale», mentre la nuova  norma – se entrasse in vigore – «creerebbe gravissimi danni all’intera categoria professionale, sia in termini di disoccupazione che di marginalizzazione dal mercato» mentre «solo una piccola parte degli iscritti è vittima di trattamenti vessatori».

Secondo il Consiglio «combattere il fenomeno dei rapporti non contrattualizzati è una priorità ma esso va gestito non stravolgendo l’assetto della professione bensì aumentando la vigilanza disciplinare sul fenomeno. Invitando, ad esempio, i colleghi a segnalare le situazioni vessatorie agli Ordini provinciali».

Quello degli architetti è solo un esempio della situazione nella quale presto si troveranno molti lavoratori indipendenti a partita IVA e molte imprese.

In ogni caso è stato previsto che la nuova disciplina sulle partite IVA entri in vigore in modo «graduale» (dopo un anno dall’entrata in vigore della riforma) per consentire ad aziende e lavoratori di adeguarsi.

Intanto il ddl sulla riforma del lavoro prosegue il suo iter e c’è chi auspica un’ulteriore attenuazione dei tempi e vincoli imposti alle partite IVA, la cui prestazione lavorativa per uno stesso committente verrà considerata un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, qualora nel corso delle attività di verifica vengano rilevati almeno due dei seguenti presupposti:

  • che la collaborazione abbia una durata complessivamente superiore ad almeno sei mesi nell’arco dell’anno solare;
  • che il corrispettivo derivante da tale collaborazione, anche se fatturato a più soggetti riconducibili al medesimo centro d’imputazione di interessi, costituisca più del 75% dei corrispettivi complessivamente percepiti dal collaboratore nell’arco dello stesso anno solare;
  • che il collaboratore disponga di una postazione di lavoro presso una delle sedi del committente.