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Riforma del Lavoro: tra posto fisso e competitività

di Barbara Weisz

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Dopo il tam tam mediatico su "monotonia del posto fisso" e "giovani mammoni", inizia un nuovo giro di colloqui sulla riforma del lavoro, con spiragli di intesa sull'articolo 18 e non solo, per ridisegnare il mercato del italiano, fra i meno competitivi del mondo.

Entra nel vivo la Riforma del Lavoro, accompagnata da un dibattito particolarmente acceso, alimentato dalle esternazioni del premier Mario Monti e dei ministri Elsa Fornero e Anna Maria Cancellieri.

Flessibilità, articolo 18, contratti, ammortizzatori sociali: i temi in discussione presso il tavolo aperto al Ministero del Welfare sono molti, anche se le varie dichiarazioni ministeriali tendono a far ruotare questa “fase mediatica” intorno al tema del posto fisso.

Le prossime giornate saranno importanti per capire come si stanno definendo le diverse posizioni in campo sulla riforma del lavoro.

Oggi, 7 febbraio, sia sul fronte sindacale sia su quello imprenditoriale la giornata è stata dedicata più che altro a tavoli tecnici, probabilmente in vista del prossimo vertice al Ministero.

Prima però si incontreranno sindacati e imprenditori (questa volta non ci sarà solo Confindustria, ma anche Rete Imprese Italia, ovvero le Pmi, l’Abi, ovvero le banche, l’Ania, assicurazioni): e in questa sede presumibilmente si cercheranno i punti comuni da valorizzare in sede di tavolo ministeriale. Appuntamento, quest’ultimo, che con ogni probabilità verrà fissatoper i primi giorni della prossima settimana, a ridosso della metà di febbraio.

Del resto, forse l’unico dato certo emerso dall’incontro del 2 febbraio al ministero è stato, oltre a una sempre più precisa definizione dei temi sul tavolo, quello relativo ai tempi: due o tre settimane, ha dichiarato il ministero Elsa Fornero.

Da quel giorno, bisogna dirlo, il dibattito “pubblico”, che forse sarebbe meglio definire mediatico, si è concentrato prima sulle dichiarazioni di Monti, che ha definito “monotono” il posto fisso, e poi sui successivi interventi di due ministri, la stessa Fornero e la titolare degli Interni Anna Maria Cancellieri.

La prima relativa all’illusione del posto fisso che non esiste più, la seconda sui giovani che vorrebbero ancora il posto fisso vicino a mamma e papà, che ricalca un pò quella famosa frase sui “bamboccioni” di Tommaso Padoa Schioppa.

Poi, a gettare acqua sul fuoco è nuovamente intervenuto Mario Monti: «Mi sfugge quale potrebbe essere la ragione o l’intento da parte del Governo di esasperare alcunchè in generale e, in particolare, in una materia così sensibile e socialmente cruciale come il mercato del lavoro». La stessa Cancellieri ha rettificato, parlando di «frase infelice» che non intendeva «mancare di rispetto».

Ma nel frattempo, il tam tam su organi di stampa, schermi televisivi, pagine web e social network è imperversato. Senza risparmiare un colpo basso al ministro Fornero, la cui figlia, Silvia Deaglio, ha un “posto fisso” all’università di Torino (con ottimo curriculum, completo di master negli Usa e numerose pubblicazioni, ma si tratta comunque dell’università in cui insegnano sia la madre che il padre, l’economista Mario Deaglio, e difficilmente la circostanza poteva non venire fuori nel bel mezzo di cotanto dibattito).

Al di là del dibattito, peraltro importante visto che si sta mettendo mano a quella che promette di essere una importante riforma del mercato del lavoro, quel che conta saranno le misure che alla fine verranno decise.

Partiamo dal tema che al momento sembra più caldo, l’articolo 18. Sembra, ma la prudenza è d’obbligo vista la delicatezza del tema e della fase, che si inizino a intravedere delle ipotesi di accordo.

La posizione degli imprenditori è nota: Confindustria ritiene che l’articolo 18 (che impedisce il licenziamento senza giusta causa nelle aziende oltre i 15 dipendenti) vada «rivisto in modo serio» anche per rendere il mercato del lavoro italiano maggiormente in linea con quello europeo.

Rete Imprese Italia sottolinea che non si debba farne un fatto ideologico, e fa notare che «una gran parte delle imprese italiane, ad esempio le piccole e medie imprese, non hanno questo vincolo» e, sottolinea il presidente Marco Venturi, «non mi pare che nelle piccole imprese ci sia un precariato diffuso».

Le novità degli ultimi giorni, forse bisognerebe dire le aperture, arrivano dal fronte sindacale: nessuna delle tre sigle confederali è disposta a cancellare l’articolo 18, ma il leader della Cisl Raffaele Bonanni ha introdotto il concetto di “manutenzione”, ad esempio rivedendo «i tempi del giudizio e alcuni aspetti che riguardano il giudizio», che è stato già raccolto dal leader della Uil, Luigi Angeletti. Il quale apre a una possibile riscrittura dell’articolo 18, che continuando a tutelare il lavoratore dai licenziamenti discriminatori apra invece alla possibilità di licenziamenti per ragioni economiche.

Resta più rigida la posizione della Cgil, che tuttavia non sta minacciando di lasciare il tavolo. Susanna Camusso ribadisce la difesa dell’articolo 18 ma ammette, ad esempio, che «le cause di lavoro non possono durare un tempo infinito».

Fra le ipotesi attorno alle quali sembra si tenterà la ricerca di un consenso, quella di tenere l’articolo 18 ma di modifiarlo rendendo più facili i licenziamenti per motivi economici (crisi aziendale), dietro il pagamento di un indennizzo economico.

Ma sembra anche probabile che, essendo l’articolo 18 l’argomento più spinoso, non sia il primo tema che verrà affrontato dalle parti, che magari cercheranno prima di trovare punti di incontro su altre materie (apprendistato, contratti, ammortizzatori sociali) e solo alla fine affrontare l’argomento licenziamenti.

Emerge, forse, dal clima di questi giorni, una generale volontà di arrivare a un accordo, anche in considerazione del fatto che il Governo ha detto chiaro e tondo che intende comunque fare la riforma.

Obiettivo: rendere più europeo il mercato del lavoro italiano. In effetti nelle classifiche sulla competitività il fardello numero uno dell’azienda Italia è proprio rappresentato dal mercato del lavoro.

Secondo il consueto report annuale del World Economic Forum l’Italia, che è considerata 43esima al mondo nella classifica generale della competitività, considerando il solo mercato del lavoro è al 123esimo posto (su 142 paesi). I motivi principali sono: la scarsa flessibilità nella determinazione dei compensi, le regole troppo rigide di assunzione e licenzimento, il rapporto fra stipendio e produttività, il livello di coooperazione fra le parti sociali (imprese e lavoratori).

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