Riforma del lavoro, la storia dell’articolo 18

di Barbara Weisz

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Dal 1970 ad oggi lo Statuto dei Lavoratori ha subito modifiche sostanziali, riflettendo l'evoluzione del mercato del lavoro: le tappe salienti.

Il Jobs Act degli scorsi anni ha rivoluzionato una delle leggi di riferimento del mercato del lavoro italiano, lo Statuto dei Lavoratori, soprattutto sul fronte più dibattuto: l’articolo 18. Da allora, intorno alla norma che stabilisce il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato nelle aziende sopra i 15 dipendenti si sono giocate, anche negli ultimi anni, partite politiche che in qualche modo descrivono i cambiamenti del mercato e delle relative politiche in Italia nel giro di 40 anni.

Quando fu approvata, il 20 maggio 1970, la legge 300, ovvero lo Statuto dei Lavoratori, era ritenuta dalle parti sociali restrittiva rispetto alle richieste della sinistra, fra le altre cose perché limitava alle aziende sopra i 15 dipendenti le protezioni dell’articolo 18. In sede di voto parlamentare, il PC si astenne e lo Statuto dei Lavoratori passò con i voti favorevoli di DC, PSI, repubblicani e liberali.

Dal 1970 ad oggi il dibattito intorno all’articolo 18 ha conosciuto numerosi momenti di particolare vivacità. Non è mancato neppure un referendum in materia, proposto nel 2000 dal partito radicale per chiedere l’abrogazione dell’articolo 18, che poi non passò.

Un anno dopo, nel 2001, il governo Berlusconi annunciò la volontà di mettere mano alle norme sui licenziamenti e per fine anno presentò la legge delega. Il 23 marzo 2002 ricordiamo l’oceanica manifestazione della Cgil guidata da Sergio Cofferati con tre milioni di persone al Circo Massimo, a Roma, per dire no alle modifiche all’articolo 18.

Nuovo referendum nel 2003: non venne raggiunto il quorum. Nel 2008, una proposta di legge del senatore Pietro Ichino ha tentato di apportare riforme profonde all’articolo 18, prevedendolo solo per i licenziamenti discriminatori, ed eliminandolo del tutto per i licenziamenti economici. Non diventò mai legge, ma la proposta rappresenta ancora oggi una base di discussioni per riformare i licenziamenti.

La riforma del lavoro 2012 firmata da Elsa Fornero e Mario Monti ha compiuto poi il primo passo, eliminando il reintegro per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ovvero per motivi economici. Lasciandolo, invece, per tutti gli altri casi (giusta causa, giustificato motivo soggettivo).

=> Lavoro, il licenziamento per giustificato motivo

La proposta di legge Ichino conteneva anche un’altra idea: l’introduzione di un contratto a tutele crescenti, esattamente il provvedimento al centro della riforma attualmente in parlamento. La misura è divenuta infine la chiave di volta della riforma del contratto a tempo indeterminato sancito con il Jobs Act (Decreto Legislativo 24 settembre 2016, n. 185) del Governo Renzi.

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