Fondi pensione, pochi iscritti, rendimenti sotto il Tfr

di Barbara Weisz

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La relazione annuale della Covip segnala una scenario di crisi dei fondi pensione: pochi iscritti, alta la percentuale di chi ha smesso di effettuare i versamenti. E i rendimenti non sfiorano nemmeno il 3,5% assicurato dal Tfr.

I fondi pensione in Italia non decollano, in termini di adesioni, rendimenti, organizzazione della filiera: la relazione annuale della Covip fotografa una situazione di crisi, con i rendimenti dei fondi pensione ben al di sotto del Tfr, un numero di adesioni basso rispetto al confronto europeo e internazionale e, per contro, un’alta percentuale di lavoratori che nel 2011 hanno smesso di versare i contributi.

È un effetto della crisi economica perdurante, che certo rende difficili gli investimenti, ma ci sono anche responsabilità di un settore che forse deve ripensare una serie di strategie, per esempio sul lato della razionalizzazione dell’offerta: troppi prodotti e spesso con pochissimi iscritti.

Gli iscritti ai fondi pensione

A fine 2011 i fondi pensione contavano 5,5 milioni di iscritti, in aumento del +5% sul 2010 (al netto delle uscite), e corrispondenti al 24% del totale dei lavoratori interessati.

In termini assoluti, a raccogliere il maggior numero di iscritti sono i fondi negoziali, che sfiorano i 2 milioni di iscritti (in genere, lavoratori dipendenti), ma in termini relativi questi fondi registrano per il terzo anno consecutivo una flessione degli iscritti, -0,8% sul 2010.

I Pip “nuovi”, piani individuali (in genere, sono assicurazioni sulla vita) conformi al Decreto lgs. 252/2005, hanno quasi 1,5 milioni di iscritti e sono quelli che vanno meglio in termini relativi, con un incremento del 25,2% sul 2010.

Moderato incremento per i fondi pensione aperti, +4% (adesioni totali, 880mila), mentre sono in leggero calo gli aderenti ai fondi pensione preesistenti (iscritti totali, 665mila). Gli iscritti ai Pip vecchi (che non possono raccogliere nuove adesioni) sono scesi a 573mila.

È però interessante notare che il numero degli iscritti ai fondi pensione con posizioni nulle o irrisorie (sotto i 100 euro): sono 200mila (30mila in più rispetto al 2010), e anche togliendo i nuovi iscritti (la cui posizione è bassa perché appena aperta) si scende di sole 155mila unità. Sottraendo queste persone, il numero totale degli iscritti ai fondi pensione in Italia scende sotto i 5,4 milioni.

Le sospensioni contributive

È alto il numero di lavoratori che hanno sospeso i versamenti nel corso del 2011: 1,1 milione, che significa il 20% del totale, in aumento di 100mila unità rispetto al 2010.

In questo numero sono comprese diverse situazioni: effettiva volontà dell’iscritto di abbandonare il piano, mancato versamento da parte dell’azienda, soggetti che aderiscono a più piani e che di fatto contribuiscono poi a uno solo.

La mancata contribuzione riguarda soprattutto i lavoratori autonomi (qui, si tratta in genere di decisioni individuali): nei fondi aperti il 50% degli autonomi iscritti, circa 240mila, non hanno effettuato alcun versamento del 2011, nei Pip versamenti interrotto dal 36% degli autonomi, ovvero da 280mila iscritti.

È però rilevante anche il numero dei versamenti interrotti da parte dei lavoratori dipendenti: 600mila, il 15%.

Nella sua relazione, il presidente della Covip, Antonio Finocchiaro, dopo aver fatto presente che questi “abbandoni” spesso sono scelte individuali, ha anche sottolineato che «le norme in tema di obbligazione contributiva dei datori di lavoro previste per la previdenza di primo pilastro non sono applicabili a quella complementare». In sintesi, la prima è obbligatoria, la seconda volontaria. Una differenza che secondo il presidente «non è condivisibile», anche perchè non concede, in caso di inadempienza, una effettiva possibilità di intervento in sede giudiziale, agli stessi fondi e limita anche il potere di vigilanza della Covip.

In queste situazioni è il lavoratore che deve attivarsi, «con procedure complesse e sovente interminabili». La Covip sollecita quindi interventi normativi e strumenti adeguati.

I rendimenti

Questo è un capitolo molto importante, perché fotografa la convenienza di quello che, di fatto, è un prodotto di risparmio a lunga scadenza. Ebbene, i lavoratori che hanno scelto il Tfr hanno fatto bene, nel senso che il Trattamento di Fine Rapporto assicura al momento un rendimento ben superiore. La rivalutazione del Tfr è stata del 3,5%. Quasi tutti i fondi non hanno neanche lontanamente raggiunto queste percentuali, in diversi casi i rendimenti sono stati negativi.

È stato del 3,5%, quindi paragonabile al Tfr, solo il rendimento di alcuni Pip nuovi, le gestioni separate. Gli unit linked invece hanno segnato perfomance negative, -5,8%, trascinati al ribasso in particolare da azionario, -8,8%, e bilanciato, -4% (in entrambi i casi, il 2010 aveva segnato rendimenti positivi).

I fondi pensione negoziali hanno reso un magro 0,1%, mentre i fondi aperti hanno perso terreno, -2,4%.

In generale, i prodotti con una forte componente azionaria hanno risentito parecchio della crisi, mentre la componente obbligazionaria, pur con le altalene che hanno caratterizzato il 2011, è andata decisamente meglio.

Anche l’analisi di lungo periodo vede il Tfr nettamente in testa sotto il profilo del rendimento: dall’inizio del 2000 ad oggi, il Tfr si è rivalutato del 39,5%, contro il 30,3% incamerato dai fondi negoziali e il 3,1% dei fondi aperti.

Il mercato dei fondi pensione

Al capitolo dell’offerta ha dedicato alcune considerazioni la relazione del presidente: a fine dicembre 2011 erano censiti 545 fondi, 14 in meno rispetto a un anno prima. Ebbene, si tratta secondo Finocchiaro di un «processo di razionalizzazione dell’offerta del tutto insoddisfacente».

Il motivo: «nella maggioranza dei casi i fondi sono troppo piccoli: oltre 400 fondi hanno meno di 5.000 aderenti, 300 meno di 1.000, 180 meno di 100. La parcellizzazione è particolarmente elevata nei fondi preesistenti alla riforma del 1993».

Maggiori dimensioni consentirebbe invece economie di scala e «aumento del potere contrattuale nei confronti dei gestori delle risorse e degli enti erogatori di rendite».

Quindi, la riduzione del numero dei fondi va accelerata. In questo senso, «la revisione della direttiva europea sui fondi pensione potrebbe fornire una spinta alla concentrazione».