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Incentivo al lavoro alternativo a Quota 103: pensione o busta paga ricca

di Barbara Weisz

Pubblicato 29 Novembre 2022
Aggiornato 19:36

Manovra 2023: incentivo al lavoro alternativo alla pensione Quota 103 trasformando i contributi in retribuzione in busta paga: come funziona.

I lavoratori che nel 2023 raggiungono il requisito per la Quota 103 (62 anni di età e 41 anni di contributi) ma decidono di restare al lavoro, possono scegliere di ottenere subito  la quota dei contributi previdenziali a carico del lavoratore, intascando così una busta paga senza trattenute e pertanto più pesante.

Lo prevede la Legge di Bilancio 2023 (il testo è stato firmato dal capo dello Stato, approdando alle Camere, con le prime audizioni attese entro fine settimana), proponendolo in alternativa alla nuova formula di flessibilità in uscita inserita nella Manovra economica del prossimo anno.

Vediamo come funziona e quali opzioni si configurano per il lavoratore che si trova nella condizione di poter scegliere se restare in servizio o andare in pensione.

Incentivo in busta paga per restare al lavoro

Si tratta di un incentivo al trattenimento in servizio per i lavoratori dipendenti che, pur avendo maturato i requisiti pensionistici della misura Quota 103 introdotta in via sperimentale per l’anno 2023, decidano rimanere in servizio.

In pratica, il datore di lavoro non trattiene più i contributi previdenziali per la futura pensione del lavoratore (quelli a carico del lavoratore stesso) ma versa la somma corrispondente direttamente assieme allo stipendio. E’ un meccanismo del tutto analogo a quello che era già stato previsto, nel triennio 2004-2007, dal cosiddetto bonus Maroni.

La ratio è quella di incentivare questi lavoratori a non ritirarsi, aspettando di maturare il requisito pieno per la pensione secondo le regole Fornero. Bisogna aspettare i provvedimenti attuativi per capire con precisione come sarà applicata questa nuova regola, ma le condizioni sono già chiare nel testo della Manovra.

  • Platea dei beneficiari – La “busta paga pesante”, nella quale confluiscono anche i contributi teoricamente a carico del lavoratore, riguarda esclusivamente coloro che hanno raggiunto il requisito per la Quota 1013, quindi almeno 41 anni di contributi e 62 anni di età.
  • Scelta opzionale – La decisione in merito all’utilizzo di questo incentivo a restare al lavoro ricade esclusivamente in capo al lavoratore; l’azienda non può in alcun modo imporre questa soluzione al dipendente.
  • Pensione futura – Il dipendente, nel momento in cui esercita questa opzione, non accumula più propri versamenti previdenziali, di conseguenza il montante individuale su cui poi si calcolerà la pensione resta fermo.

Opzioni con requisiti Quota 103

Per riassumere, dal 2023 un lavoratore con 41 anni di contributi e 62 anni di età avrà tre diverse possibili scelte.

  1. Andare in pensione con Quota 103: in questo caso, incassa da subito l’assegno previdenziale maturato in base ai contributi versati, senza penalizzazioni relative al ricalcolo (mantiene eventuali quote retributive che derivano da versamenti anteriori al gennaio 1996). C’è però un paletto: fino a quando non compie i 67 anni, ovvero il requisito per la pensione di vecchiaia, non potrà avere un assegno superiore a cinque volte il minimo di pensione (intorno ai 2mila 800 euro). Quindi, se i contributi versati prevedono una pensione più alta c’è una penalità, perchè l’assegno pieno verrà percepito solo alla maturazione del requisito per la pensione di vecchiaia. Fino a quel momento, il lavoratore prenderà un assegno pari a cinque volte la pensione minima. Se invece i contributi versati prevedono comunque una pensione più bassa di cinque volte il minimo, non c’è nessuna penalità.
  2. Restare al lavoro fino alla pensione Fornero essendo già vicini soprattutto a quella anticipata, che richiede 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e dieci mesi per le donne. In pratica, la differenza fra la Quota 103 e la pensione anticipata per le donne è pari a dieci mesi, per gli uomini a un anno e dieci mesi.
  3. Restare al lavoro accettando il bonus in busta paga, scegliendo cioè di non versare più contributi previdenziali ma di aumentare lo stipendio di una quota corrispondente: in questo caso, sarà il lavoratore a decidere quando andare in pensione, tenendo presente che l’assegno sarà sostanzialmente quello maturato con i contributi versati nel momento in cui si esercita l’opzione.

Il vantaggio per il lavoratore che sceglie quest’ultima opzione è che, pur avendo maturato un diritto a pensione, continua a percepire uno stipendio, che anzi sarà più alto perchè incamera anche i contributi previdenziali.

Il punto a sfavore, invece, è che alla fine avrà una pensione più bassa di quella che avrebbe continuando a versare i contributi previdenziali, fruendo di un montante inferiore ed applicando un coefficiente di trasformazione anagrafico più basso.

C’è anche un secondo svantaggio, di natura fiscale: qui bisogna attendere i dettagli, ma se (come sembra) la norma non prevede agevolazioni in questo senso, le somme in più che confluiscono in busta paga sono a tutti gli effetti elementi della retribuzione, e come tali tassati. In pratica, quindi, il lavoratore pagherà più tasse.