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Contributi silenti: nè pensione nè rimborso

di Francesca Vinciarelli

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Contributi silenti, per la pensione non bastano 15 anni di contributi all'INPS, che interpreta la Riforma Fornero a svantaggio dei quindicenni: altri 5 anni e niente rimborso.

Oltre allo scandalo sulle pensioni degli esodati, il governo Monti si sta trovando a dover rispondere di un altro gravissimo”effetto collaterale” della Riforma Fornero: quello dei contributi silenti – in genere contributi volontari versati per anni all’INPS dai lavoratori per ottenere la pensione minima, ma che ora non basta più – perduti e senza rimborso, a meno di non continuare a versarne per altri 5 anni.

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Parliamo di milioni di lavoratori – in prevalenza precari o parasubordinati in Gestione separata INPS che, avendo maturato 15 anni di contributi al 31 dicembre 1992 (i “quindicenni”), potevano andare in pensione. La Riforma Fornero ha però innalzato la soglia a 20 anni. Quindi, i lavoratori dovrebbero continuare a versare i contributi per altri 5 anni a meno di perdere quanto pagato. Una Circolare INPS del marzo 2012 interpreta la riforma imponendo ai “quindicenni” di arrivare a 20 anni di contribuzione per avere diritto alla pensione. Diversamente, non è prevista la restituzione.

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Un’interrogazione parlamentare sul caso ha avuto esito incerto: il viceministro Michel Martone ha ammesso la  forzatura interpretativa ma non ha imposto all’INPS di ritirare la circolare. Dunque, ora le strade per il Governo potrebbero essere due:

  1. Rimborso dei contributi versati – impossibile perché manderebbe in fallimento l’INPS (si tratta di circa 10 miliardi di euro)
  2. Deroga alla Riforma Fornero – consentirebbe a questi lavoratori di andare in pensione con le vecchie regole (ma parliamo di milioni di pensioni da erogare).

La seconda strada sembra dunque l’unica che il Governo potrebbe seguire. Ma resta forte il problema della copertura finanziaria: il Governo sta discutendo la deroga per i pre-’92 con 15 anni di contributi, ma le prime dichiarazioni non sembrano confortanti alla luce del parere contrario della Ragioneria dello Stato.

La complessità del caso è legata anche al fatto che si tratta soprattutto di precari e inoccupati, senza reddito e senza poter facilmente rientrare nel mercato del lavoro. Secondo il direttore generale dell’INPS, Mauro Nori, si parla di milioni di lavoratori, cifre quattro volte quelle degli esodati: da dove usciranno le risorse?

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