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Pensione anticipata, un anno più tardi per le donne

di Francesca Vinciarelli

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Il tema delle pensioni è all'attenzione del Governo, ma si devono prima risolvere questioni preliminari, a partire dalla pensione anticipata delle donne.

Il tema pensioni dovrebbe essere affrontato entro il 2016 e sembra che il Governo abbia intenzione di rispettare i tempi. Qualcosa si sta muovendo, dichiara Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera, evidenziando che “un numero sempre pià largo di esponenti del Governo dichiarano che adesso dobbiamo realizzare la flessibilità delle pensioni” e attuare il “part-time in uscita”.

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Posizioni che indicano un effettivo interesse al problema, ma che potrebbero mettere in ombra alcuni aspetti ancora non pienamente risolti. In particolare ancora non è stata consolidata la normativa rispetto alla possibilità, per i nati nel 1952 che abbiano maturato i requisiti delle quote ante-Fornero entro il 31 dicembre del 2012, di poter andare in pensione anticipata a 64 anni.

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Per questa specifica categoria di lavoratori la spada di Damocle è rappresentata dalla circolare  restrittiva dell’INPS, che vorrebbe tali soggetti attivi fino al 28 dicembre 2011, penalizzando in questo modo tutti coloro eventualmente rimasti disoccupati in quella data. Inoltre è da definire la questione della pensione anticipata per le donne. La legge Fornero infatti ha stabilito che  per ottenere la pensione prima di arrivare all’età di vecchiaia esiste una differenza tra uomini e donne, sia nel pubblico e sia nel privato.

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In questo caso il vantaggio è ad appannaggio delle lavoratrici, che hanno la facoltà di uscire un anno prima dei colleghi maschi. Per questo motivo l’Italia ha guadagnato, per così dire, la procedura d’infrazione 2013_4199 della Commissione Europea per la “non conformità della legge 22 dicembre 2011, n. 214 con la direttiva 79/7/CEE relativa alla graduale attuazione del principio di parità di trattamento tra gli uomini e le donne in materia di sicurezza sociale”.

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Come ogni procedura, l’Italia deve adeguarsi e potrebbe farlo riducendo di un anno la possibilità di uscita degli uomini, oppure innalzando di un anno quella delle donne. “Non vorremmo che – conclude Cesare Damiano – si innalzasse di un anno il requisito attualmente richiesto alle lavoratrici di 41 anni e 10 mesi di contributi a quello degli uomini che è di 42 anni e 10 mesi; sarebbe inaccettabile e incomprensibile”.