Chi non raggiunge i 20 anni di contributi richiesti per la pensione di vecchiaia spesso pensa di non avere più alternative. In realtà alcune strade esistono, ma sono molto diverse tra loro e dipendono dall’età, dal periodo in cui sono stati versati i contributi, dalla gestione previdenziale e dall’eventuale appartenenza al sistema contributivo puro. Per orientarsi conviene partire dai requisiti per la pensione di vecchiaia e anticipata e poi verificare quali deroghe o soluzioni strutturali possono essere utilizzate quando la contribuzione è bassa.
- Pensione con pochi contributi, da dove partire
- Con meno di 20 anni si può ancora ottenere una pensione
- Pensione con 5 anni di contributi
- Pensione con 10 anni di contributi
- Pensione con 15 anni di contributi
- Contributi volontari per arrivare al requisito minimo
- Quando entra in gioco l’assegno sociale
- Fondo Casalinghe, come funziona
- Le verifiche da fare prima della domanda
Pensione con pochi contributi, da dove partire
La regola generale della pensione di vecchiaia e delle uscite anticipate resta quella dei 67 anni di età e 20 anni di contributi. Quando il requisito contributivo non viene raggiunto, non esiste una risposta unica valida per tutti: bisogna capire se ci si trova davanti a una pensione contributiva a 71 anni, a una deroga per i 15 anni, a una prestazione assistenziale oppure alla necessità di integrare la contribuzione con altri strumenti.
La verifica iniziale va fatta su tre punti: numero dei contributi utili, gestione in cui risultano accreditati e periodo in cui sono stati maturati. È questo controllo che permette di distinguere una vera pensione previdenziale da un sostegno assistenziale o da una soluzione da costruire nel tempo con versamenti aggiuntivi.
Con meno di 20 anni si può ancora ottenere una pensione
La risposta è sì, ma solo in casi precisi. Le opzioni strutturali sono sostanzialmente queste:
- la pensione di vecchiaia contributiva con almeno 5 anni di contributi effettivi per chi rientra nel contributivo puro;
- la pensione di vecchiaia in deroga con 15 anni di contributi nei casi ammessi dalla normativa;
- il completamento della posizione con contributi volontari, se ci sono i requisiti per l’autorizzazione;
- le regole particolari previste per alcune categorie tutelate o per determinate casse professionali;
- le prestazioni assistenziali o i fondi dedicati, come assegno sociale e Fondo Casalinghe, quando una pensione ordinaria non è raggiungibile.
Pensione con 5 anni di contributi
La strada più nota è la pensione di vecchiaia contributiva. Riguarda chi ha almeno 5 anni di contributi effettivi e ricade nel sistema contributivo puro, cioè in linea generale chi non ha anzianità assicurativa prima del 1996 oppure ha esercitato specifiche opzioni di calcolo consentite dalla legge. In questo caso la pensione non si prende a 67 anni ma a 71 anni, con assegno calcolato interamente con il metodo contributivo.
Il punto decisivo è che i 5 anni devono essere contributi effettivi. Non basta quindi una contribuzione qualsiasi: vanno verificati bene estratto conto e tipologia degli accrediti. Restano poi separate, e non vanno confuse con questa formula, le prestazioni legate all’invalidità, che seguono regole proprie.
Pensione con 10 anni di contributi
Con 10 anni di contributi non esiste nell’INPS una pensione ordinaria generalizzata che consenta l’uscita a 67 anni. Questo numero di anni, da solo, non apre un canale autonomo di pensionamento. Può però assumere rilievo in alcune situazioni particolari, per esempio per categorie che hanno requisiti agevolati oppure in presenza di regolamenti diversi da quelli dell’assicurazione generale obbligatoria. In questo segmento rientrano soprattutto due ipotesi:
- la prima riguarda alcune categorie tutelate, come i lavoratori non vedenti, per i quali esistono requisiti ridotti;
- la seconda riguarda alcune casse professionali, che possono prevedere soglie contributive diverse rispetto all’INPS.
Nelle situazioni in cui la contribuzione resta molto bassa, conviene distinguere bene i casi in cui è possibile ottenere una pensione con 5, 10 o 15 anni di contributi dalle ipotesi in cui è necessario completare la posizione previdenziale.
Pensione con 15 anni di contributi
La soglia dei 15 anni di contributi è quella più delicata perché qui entrano in gioco le cosiddette deroghe Amato. Non si tratta di una formula automatica aperta a chiunque abbia versato 15 anni, ma di una possibilità riconosciuta solo in casi specifici, da verificare con attenzione sulla storia assicurativa del lavoratore.
Le situazioni principali sono queste:
- almeno 15 anni di contributi maturati entro il 31 dicembre 1992;
- autorizzazione ai versamenti volontari entro il 31 dicembre 1992;
- almeno 25 anni di anzianità assicurativa con attività lavorativa discontinua per almeno 10 anni.
In presenza di una di queste condizioni, la pensione di vecchiaia può essere liquidata anche senza arrivare a 20 anni di contributi. È però una verifica tecnica, non una scorciatoia generalizzata.
Contributi volontari per arrivare al requisito minimo
Quando i contributi versati non bastano, una soluzione strutturale è quella dei contributi volontari. L’autorizzazione serve a perfezionare i requisiti utili alla pensione dopo la cessazione o l’interruzione del lavoro. Per i lavoratori del settore privato, l’INPS richiede in via generale almeno 5 anni di contribuzione effettiva oppure almeno 3 anni di contribuzione nei 5 anni precedenti la domanda.
Questa strada ha senso soprattutto quando mancano pochi anni per arrivare ai 20 richiesti per la vecchiaia ordinaria. Va però valutata bene, perché comporta un costo e non sempre è conveniente. Prima di chiedere l’autorizzazione conviene verificare se esistono periodi riscattabili, contributi da cumulare o accrediti mancanti nell’estratto conto.
Quando entra in gioco l’assegno sociale
L’assegno sociale non è una pensione basata sui contributi, ma una prestazione assistenziale riconosciuta a domanda a chi si trova in condizioni economiche disagiate. I requisiti centrali sono l’età anagrafica prevista dalla legge, oggi pari a 67 anni, la residenza effettiva e continuativa in Italia da almeno 10 anni e il rispetto delle soglie reddituali aggiornate ogni anno.
Va tenuto distinto dalla pensione previdenziale, perché non dipende dai contributi versati e non serve a valorizzare una carriera lavorativa incompleta. Per questo, quando si parla di pensione con pochi contributi, l’assegno sociale rappresenta una tutela residuale e non una vera formula pensionistica.
Fondo Casalinghe, come funziona
Tra le opzioni da considerare c’è anche il Fondo Casalinghe, riservato a chi svolge lavori di cura non retribuiti. La pensione di vecchiaia del fondo può essere ottenuta a partire dai 57 anni con almeno 5 anni di contributi. Prima dei 65 anni, però, la prestazione viene liquidata solo se l’importo maturato è almeno pari a 1,2 volte l’assegno sociale; dopo i 65 anni questo vincolo di importo non si applica più.
Non è una soluzione che sostituisce la pensione INPS da lavoro dipendente o autonomo, ma un canale separato con regole proprie. Proprio per questo va trattato a parte e può essere utile solo per chi ha costruito davvero la propria posizione all’interno di quel fondo.
Le verifiche da fare prima della domanda
Chi ha pochi contributi non dovrebbe fermarsi al numero secco degli anni versati. Le verifiche decisive sono altre:
- controllare l’estratto conto contributivo per capire quali periodi risultano davvero accreditati;
- distinguere i contributi effettivi da quelli figurativi quando la norma richiede espressamente i primi;
- verificare se esistono le condizioni per deroghe, cumulo, riscatto o versamenti volontari;
- capire se la posizione rientra nell’INPS oppure in una cassa professionale con regole diverse.
Solo dopo questi controlli si può capire se la via corretta è una pensione a 71 anni con 5 anni effettivi, una deroga sui 15 anni, il completamento della contribuzione o, nei casi più deboli, una misura assistenziale. È questa distinzione che evita errori, domande inutili e attese su requisiti che in realtà non esistono.