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Taglio pensioni d’oro fino al 2021, resta l’indicizzazione ridotta

di Barbara Weisz

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Corte Costituzionale: stop a fine 2021 per il taglio delle pensioni d'oro, promossa invece la perequazione ridotta: depositata la storica sentenza.

Il taglio delle pensioni d’oro (superiori a 100mila euro lordi l’anno) previsto dalla scorsa Manovra è un misura legittima in tutti gli aspetti tranne uno: la durata quinquennale, considerata eccessiva. E’ invece promosso a pieni voti il meccanismo di rivalutazione piena per i trattamenti fino a tre volte il minimo, ridotto invece per gli importi superiori.

E’ la decisione della Corte Costituzionale su due provvedimenti previsti dalla legge di Stabilità passata, espressa nei giorni giorni e di cui sono state ora depositate le motivazioni.

Le questioni di legittimità sulle due misure di contenimento della spesa previdenziale disposte dalla legge di bilancio 2019 a carico delle pensioni di elevato importo sono state sollevate dal Tribunale di Milano e dalle sezioni giurisdizionali della Corte dei Conti per Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Sardegna e Toscana.

La Corte le ha esaminate il 22 ottobre 2020. E, come detto, ha ritenuto pienamente legittimo il “raffreddamento della perequazione”, in quanto ragionevole e proporzionato. Legittimo anche il “contributo di solidarietà”, «ma non per la durata quinquennale, perché eccessiva rispetto all’orizzonte triennale del bilancio di previsione dello Stato».

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Prelievo pensioni

Il taglio pensioni d’oro, sul quale come visto la pronuncia della Corte è più critica (nel senso che c’è il rilievo sull’eccessiva durata, che dovrà essere recepito), è contenuto nei commi da 261 a 268 della legge 145/2018. Si tratta di un prelievo sulle pensioni superiori a 100mila euro lordi, con un meccanismo a scaglioni. Sono escluse le pensioni interamente contributive (quindi, il contributo di solidarietà riguarda solo le pensioni che hanno almeno una quota retributiva). La riduzione è prevista applicando le seguenti aliquote:

  • 15% sulla parte di pensione fra 100mila e 130mila euro;
  • 25% fra i 130mila e i 200mila euro;
  • il 30% fra i 200mila e i 350mila euro;
  • il 35% fra i 350mila e i 500mila euro;
  • il 40% per la parte eccedente i 500mila euro.

In base alla norma, questo taglio viene effettuato per cinque anni, a partire dal primo gennaio 2019 (quindi, fino al 2024). E’ questa la parte che la Corte non ha ritenuto legittima, ritenendo il periodo di cinque anni troppo lungo.

Nell’ambito strettamente previdenziale risulta evidente la tendenza dell’ordinamento a non proiettare oltre il triennio valutazioni e determinazioni cui si addice uno spazio di osservazione più circoscritto, come testimonia l’evoluzione della disciplina del coefficiente di trasformazione del montante individuale dei contributi.

Si tratta di una pronuncia della Corte a cui il legislatore dovrà uniformarsi. I cinque anni non sono ancora passati, di conseguenza non ci sarà bisogno di misure di conguaglio retroattive, ma di un semplice stop a fine 2021.

Perequazione pensioni

La norma sulla perequazione invece è ritenuta pienamente legittima. E’ contenuta nel comma 260 della stessa legge 145/2018, in estrema sintesi prevede la rivalutazione al 110% per le pensioni fino a tre volte il minimo, e un meccanismo a scaglioni per quelle più alte. In realtà, la manovra dell’anno scorso è nuovamente intervenuta, estendendo la rivalutazione piena ai trattamenti fino  quattro volte il minimo (legge 160/2020, comma 477).  Si applicano fino alla fine del 2021  le seguenti aliquote:

  • da quattro a cinque volte il minimo: rivalutazione al 77% del tasso di riferimento (che viene stabilito ogni anno).
  • Fino a sei volte il minimo: indice al 52%.
  • Fino a otto volte il minimo: indice al 47%.
  • Fino a nove volte il minimo: indice al 45%.
  • Sopra nove volte il minimo: 40%.

Questi indici saranno applicati anche nel 2021 (non sembra che ci siano novità in questo senso nella Legge di Bilancio). Ricordiamo che gli indici si applicano al tasso di rivalutazione delle pensioni che viene stabilito ogni anno, in base all’andamento dell’inflazione. Nel 2020 la rivalutazione piena è allo 0,4%.  Quindi, per esempio, un pensione fra quattro e cinque volte il minimo (fra 2.052,05 e 2.565,05 euro) nel 2020, applicando l’indice del 77% al tasso dello o,4%,si rivaluta dello 0,308 %.

Dal 2022, sempre in base a quanto previsto dalla Manovra dello scorso anno (comma 478) sono previste solo tre aliquote: resta la rivalutazione al 100% fino a 4 volte il minimo.

  • Fra quattro e cinque volte il minimo: rivalutazione al 90%;
  • Sopra cinque volte il minimo: 75%.

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