Salario minimo: i rischi della nuova legge

di Barbara Weisz

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Imprese e sindacati insistono per la centralità dei contratti nazionali, il salario minimo fuori dai ccnl rischia di compromettere l'applicazione e il rinnovo dei contratti: il dibattito.

Sindacati e imprese difendono il ruolo dei contratti nazionali, ai quali propongono di fare riferimento nella fissazione del salario minimo, anche per evitare fenomeni di disapplicazione dei contratti. Sono i termini fondamentali della posizione delle parti sociali, imprese e sindacati, che risultano dalle audizioni in commissione Lavoro al Senato, in sede di discussione sulla proposta di legge sul salario minimo.

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In estrema sintesi la norma propone un salario minimo di 9 euro all’ora, che andrebbe applicato sull’intero territorio nazionale a tutte le attività. Cgil, Cisl e Uil ritengono che la nuova legge debba partire «stabilendo il valore legale dei trattamenti economici complessivi stabiliti dai Ccnl».

Il rischio è che, in caso contrario, la norma finisca per favorire una fuoriuscita dai contratti nazionali, restando comunque nel rispetto dei minimi previsti di legge. Un salario minimo diverso da quello previsti dai contratti, segnalano i sindacati nel corso dell’intervento in commissione, «potrebbe favorire una fuoriuscita dall’applicazione dei ccnl», soprattutto all’interno delle piccole e delle micro imprese.

Altri punti critici: il salario minimo costituirebbe «un disincentivo al rinnovo di alcuni contratti nazionali, non stimolerebbe adeguatamente i redditi dei working poor.

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Confindustria a sua volta dedica approfondite riflessioni all’importanza della contrattazione collettiva, che storicamente rappresenta in Italia il punto di riferimento anche nel fissare i minimi salariali.

I livelli retributivi stabiliti dai contratti, segnalano gli industriali, si applicano direttamente nelle imprese che fanno parte delle associazioni datoriali firmatarie, e rappresentano anche il punto di riferimento del settore, in base a una giurisprudenza generalizzata. Anche Confindustria segnala i rischi di fuoriuscita dai contratti legati all’introduzione del salario minimo, e propone invece di prendere come riferimento i contratti nazionali.

Posizione simile da parte delle PMI di Rete Imprese Italia, secondo le quali «la storia delle relazioni sindacali nel nostro paese degli ultimi 70 anni dimostra che la contrattazione collettiva» è stata efficace, mentre l’introduzione di una nuova variabile, il salario minimo per legge, potrebbe comportare «un’alterazione degli equilibri economici e negoziali raggiunti dalla contrattazione collettiva».