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Riforma pensioni: si riapre il dibattito

di Barbara Weisz

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Flessibilità in uscita, inserimento nella Legge di Stabilità e costi per le casse pubbliche sono i punti chiave del dibattito sulla Riforma Pensioni: ipotesi e interventi.

Nuovi sviluppi nel dibattito sulle pensioni: la riforma è sì nell’agenda di Governo ma c’è un problema di compatibilità finanziaria, quindi non si possono avere certezze sui tempi. Dopo le dichiarazioni del premier, Matteo Renzi, altri esponenti dell’Esecutivo chiariscono la posizione sulla riforma previdenziale e in particolare sulla necessità di potenziare la flessibilità in uscita (per consentire la pensione anticipata). Sullo sfondo, il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, insiste sulla sua proposta: nel lungo periodo sarebbe a costo zero e quindi compatibile con l’obiettivo del Governo e la necessità di non impattare sui conti pubblici (un punto molto caro alla commissione UE). E anche il presidente INPS, Tito Boeri, a sua volta chiarisce alcuni punti del suo programma di riforma, che risulterebbe meno gravoso per i lavoratori di quanto avrebbero calcolato i sindacati.

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Esecutivo

Sul fronte del Governo, le ultime dichiarazioni sono quelle del sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta:

«il Governo considera l’argomento degno di essere affrontato e c’è l’impegno. Il tema è in agenda e non deve gravare sui conti dello Stato, la traduzione pratica è che è da verificare la compatibilità finanziaria». Bisognerà vedere, conti alla mano, se la Riforma Pensioni verrà inserita «nella Legge di Stabilità o in una legge ad hoc o in un provvedimento successivo».

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Di fatto, si tratta della riproposizione di quanto spiegato nei giorni scorsi dallo stesso premier, Matteo Renzi.

Damiano

Damiano insiste con la sua proposta di riforma (di cui è firmatario anche Baretta), che prevede una decurtazione del 2% per ogni anni di anticipo rispetto alla pensione di vecchia. E propone alcuni calcoli per dimostrare perché potrebbe essere a costo zero:

  • un lavoratore che si ritira a 62 anni (4 di anticipo), avrebbe la pensione piena di mille euro tagliata dell’8% (prendendo quindi 920 euro al mese) con un costo complessivo fino a 80 anni di 215.280 euro;
  • lo stesso lavoratore, restando in azienda fino a 66 ani, prenderebbe 1.080 euro al mese con un costo complessivo per lo Stato fino a 80 anni di 196.560 euro (differenza: 18.720 euro, ossia 8,7%).

Conclude:

«con qualche accorgimento tecnico si può arrivare a pareggiare i due costi con un’operazione di sistema che nel tempo può effettivamente raggiungere l’obiettivo del costo zero».

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Boeri

La proposta INPS, che pure prevede una decurtazione dell’assegno per chi si ritira in anticipo, implica un ricalcolo dell’assegno ma, come insiste Boeri: questo metodo non comporta né una riduzione della pensione del 30% né un ricalcolo con il metodo contributivo, ma:

«una riduzione equa per chi sceglie di anticipare il ritiro» (intorno al 3% annuo).

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Parti sociali

Per quanto riguarda le parti sociali, i sindacati insistono sulla necessità di fare la riforma entro la fine dell’anno, mentre sul fronte delle imprese Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, sottolinea che:

«l’introduzione di meccanismi di flessibilità sarebbe importante da un lato per rendere il sistema previdenziale più equilibrato dall’altro per dare spazio ai giovani. Certamente va trovato il giusto equilibrio tra esigenze dei lavoratori oltre che delle imprese e stabilità finanziaria del sistema previdenziale».

Uno studio dell’associazione delle PMI calcola che, con le regole attuali, la spesa pensionistica al 2019 aumenterà di 39 miliardi.