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Pensioni, ecco i nuovi coefficienti in vigore dal 2013

di Barbara Weisz

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Dopo la riforma Monti-Fornero, arrivano i coefficienti che per la prima volta si applicano a un'età pensionabile superiore ai 65 anni, fino a 70 anni: in vigore dal 2013, alleggeriscono gli assegni del 2-3%, a meno che non si vada in pensione più tardi. Le tabelle.

Pubblicati in Gazzetta Ufficiale, i nuovi coefficienti per calcolare l’importo dei futuri assegni previdenziali, a fronte della riforma delle pensioni, che saranno in vigore dal primo gennaio 2013.

I coefficienti si applicano solo alla parte contributiva degli assegni e, per la prima volta, si riferiscono anche a chi resta al lavoro fino a 70 anni.

Come preannunciato, i nuovi coefficienti alleggeriscono l’importo delle pensioni di una percentuale che va da 2% al 3%. C’è un vantaggio per chi resta al lavoro più a lungo, mentre chi sceglie il pensionamento anticipato rinuncia a una fetta di pensione.

I coefficienti di conversione servono a calcolare l’importo della pensione lorda partendo dal montante dei contributi: il coefficiente si applica solo alle pensioni contributive o a quelle miste, in questo secondo caso solo per la parte contributiva.

I nuovi coefficienti

Innanzitutto vediamo quali sono i nuovi coefficienti, che saranno in vigore dal primo gennaio 2013 al 31 dicembre 2015, in base al decreto 15 maggio 2012 del Ministero del Lavoro pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 24 maggio 2012 (in sostituzione di quelli in vigore dal 2010, che decadranno a fine anno, e che pubblichiamo per un confronto utile a capire come cambiano le pensioni). Il coefficiente di trasformazione varia a seconda dell’età in cui si va in pensione.

  • Pensionamento a 57 anni: il nuovo coefficiente è pari al 4,304% (rispetto al 4,42% precedente);
  • Pensionamento a 58 anni: il nuovo coefficiente è pari al 4,416% (rispetto al 4,54% precedente);
  • Pensionamento a 59 anni: il nuovo coefficiente è pari al 4,535% (rispetto al 4,66% precedente);
  • Pensionamento a 60 anni: il nuovo coefficiente è pari al 4,661% (rispetto al 4,80% precedente);
  • Pensionamento a 61 anni: il nuovo coefficiente è pari al 4,796% (rispetto al 4,94% precedente);
  • Pensionamento a 62 anni: il nuovo coefficiente è pari al 4,940% (rispetto al 5,09% precedente);
  • Pensionamento a 63 anni: il nuovo coefficiente è pari al 5,094% (rispetto al 5,26% precedente);
  • Pensionamento a 64 anni: il nuovo coefficiente è pari al 5,259% (rispetto al 5,43% precedente);
  • Pensionamento a 65 anni: il nuovo coefficiente è pari al 5,435% (rispetto al 5,62% precedente);
  • Pensionamento a 66 anni: il nuovo coefficiente è pari al 5,624%: da questo momento in poi non c’è un confronto precedente perché è la prima volta che i coefficienti incamerano un’età pensionabile sopra i 65 anni;
  • Pensionamento a 67 anni: il nuovo coefficiente è pari al 5,826%;
  • Pensionamento a 68 anni: il nuovo coefficiente è pari al 6,046%;
  • Pensionamento a 69 anni: il nuovo coefficiente è pari al 6,283%;
  • Pensionamento a 70 anni: il nuovo coefficiente è pari al 6,541%.

Come si vede, i coefficienti scendono rispetto a quelli in vigore dal 2010, abbassando quindi l’importo degli assegni delle future pensioni. I coefficienti dai 66 anni in poi, però, sono più alti di quello previsto nel 2010 relativo ai 65 anni (che era l’ultimo), il che significa che chi va in pensione dai 66 ai 70 anni invece guadagna qualcosa.

In sostanza, il coefficiente relativo ai 65 anni fa perdere circa il 3% sull’importo della pensione, mentre aspettando fino a 70 anni, rispetto ai vecchi coefficienti, si guadagna circa il 16%.

Solo per la parte contributiva

Attenzione, come detto, i coefficienti si applicano solo alla parte contributiva della pensione. Significa che avranno un impatto tutto sommato abbastanza limitato su coloro che, lavorando dal 1977, avevano già 18 anni di contributi al 31 dicembre ’95 (la parte contributiva si applica solo a partire dal primo gennaio 2012, in base alla riforma Monti-Fornero, mentre tutta la parte precedente si calcola con il retributivo).

Si applicano invece all’intero montante per chi va in pensione interamente con il metodo contributivo, ovvero per tutti coloro che hanno iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre ’95 (quindi hanno iniziato a lavorare dopo questa data).

Infine ci sono coloro che a fine ’95 lavoravano già, magari anche da diversi anni, ma non avevano ancora maturato 18 anni di contributi: in base al sistema misto previsto già dalla riforma Dini questi lavoratori applicano il calcolo retributivo per la parte di pensione maturata fino al 31 dicembre ’95, quello contributivo (e qui intervengono quindi i coefficienti) per la parte maturata dopo questa data.

La reazione dei sindacati

La pubblicazione dei coefficienti ha subito provocato le reazioni negative dei sindacati.

Secondo il segretario confederale della Cgil, Vera Lamonica, il meccanismo è «apparentemente equo» ma in realtà «profondamente iniquo», anche perchè «moltissimi lavori non consentono» il prolungameto dell’attività fino a 70 anni «perchè faticosi, logoranti, usuranti, insopportabili già a 66 anni, quando si azzererebbe la penalizzazione».
E il peso è eccessivo, secondo la Cgil, anche per «chi ha cominciato a lavorare molto presto» e, provando ad agganciare il pensionamento anticipato a 62 anni, si vede «penalizzato due volte: per le norme Fornero e per il coefficiente».

Infine, ci crea un disallineamento per il settore pubblico dove, a parte poche eccezioni, non è consentito restare dopo i 66 anni, e anche per le donne del privato che scelgono la gradualità prevusta dalla legge.

Critiche anche dalla Uil, con il segretario confederale Domenico Proietti secondo cui il sistema rischia di favorire «un aumento dei pensionamenti a ridosso di ogni revisione».

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