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Tra Colleghi è la newsletter di PMI.it dedicata ai lavoratori dipendenti. Ogni due settimane le novità del lavoro, spiegando in modo chiaro e concreto ciò che incide su diritti, sicurezza, stipendi e welfare.


17/03/2026

Tra colleghi – TFR e fondi pensione: dal 1° luglio la scelta non si può più rimandare

Tra colleghi – TFR e fondi pensione: dal 1° luglio la scelta non si può più rimandare Le novità dal mondo del lavoro per chi lavora ogni giorno
 
 
 
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Novità, diritti, sicurezza
 

Tra colleghi

Ciao,

ogni mese che passa, il sistema pensionistico italiano diventa un po’ più complicato da navigare. Nel numero scorso abbiamo parlato di Quota 103 e Opzione Donna — due porte chiuse per sempre. Questa volta guardiamo dall’altra parte: i soldi che stai accumulando adesso, mentre lavori.

Il TFR — il trattamento di fine rapporto, quello che molti chiamano ancora “la liquidazione” — è una delle voci più importanti della tua retribuzione. Matura ogni mese, non lo vedi in busta paga, e finisce da qualche parte. La domanda è: dove? E soprattutto: dove conviene che vada?

Dal 1° luglio 2026 le regole cambiano. Chi viene assunto da quella data in poi avrà solo 60 giorni per decidere — e se non decide, la scelta viene fatta al posto suo. Vale la pena capire cosa sta succedendo, anche se sei già assunto da anni.

Buona lettura!

TFR e fondi pensione: dal 1° luglio la scelta non si può più rimandare

Il TFR è una di quelle cose che esistono da sempre in busta paga ma che quasi nessuno capisce davvero fino in fondo. Si sa che “c’è”, che matura ogni mese, che prima o poi arriva. Quello che si sa meno è che ogni mese si prende una decisione su di lui — anche senza saperlo.

Dalla data di assunzione, ogni lavoratore dipendente del settore privato ha un tempo preciso per scegliere se tenere il TFR in azienda oppure destinarlo a un fondo pensione complementare. Se non sceglie entro quel termine, la legge sceglie per lui. Dal 1° luglio 2026, quel tempo si accorcia in modo significativo.

Cos’è il TFR e dove va adesso

Il trattamento di fine rapporto è una quota della retribuzione che il datore di lavoro non paga ogni mese ma accantona, e che il lavoratore riceve quando il rapporto di lavoro finisce — per qualsiasi motivo: dimissioni, licenziamento, pensionamento.

La quota accantonata ogni anno è pari a circa un dodicesimo della retribuzione lorda annua. Per le aziende fino a 49 dipendenti, il TFR rimane fisicamente in azienda. Per le aziende con 50 o più dipendenti, va invece al Fondo di Tesoreria dell’INPS. In entrambi i casi, viene rivalutato ogni anno con una formula fissa: 1,5% più il 75% dell’inflazione rilevata dall’ISTAT. Negli ultimi dieci anni, quella rivalutazione è stata in media intorno al 2,3–2,4% annuo.

In alternativa, il lavoratore può scegliere di destinare il TFR a un fondo pensione complementare — il cosiddetto “secondo pilastro” previdenziale. In quel caso, i soldi vengono investiti sui mercati finanziari, con rendimenti variabili ma storicamente superiori alla rivalutazione del TFR in azienda.

Il TFR che rimane in azienda non sparisce: te lo danno quando finisce il rapporto di lavoro, insieme all’ultimo stipendio. Ma anche quello che va al fondo pensione non sparisce: lo ricevi come integrazione alla pensione pubblica, o in parte come capitale, quando vai in pensione.

Cosa cambia dal 1° luglio 2026

Fino al 30 giugno 2026, un nuovo assunto ha sei mesi di tempo per comunicare al datore di lavoro dove vuole che vada il suo TFR. Se non sceglie entro quel termine, scatta il “silenzio-assenso”: il TFR viene destinato automaticamente al fondo pensione previsto dal contratto collettivo.

Dal 1° luglio 2026, quel periodo si riduce da sei mesi a 60 giorni, per tutti i nuovi assunti del settore privato (esclusi i lavoratori domestici).

Tradotto: se vieni assunto dopo quella data e non dici nulla entro 60 giorni, il tuo TFR va automaticamente al fondo pensione indicato dal tuo CCNL. Se nel settore ci sono più fondi, va a quello con il maggior numero di iscritti in azienda. Se non ci sono riferimenti contrattuali, il fondo residuale è il Cometa (fondo nazionale dei metalmeccanici, usato come “fondo di default”).

Attenzione alla differenza importante: se scegli di tenere il TFR in azienda, puoi sempre cambiare idea in futuro e mandarlo al fondo. Se invece finisce al fondo — anche per silenzio-assenso — non puoi tornare indietro. La scelta del fondo è irreversibile.

E chi è già assunto da prima del 1° luglio?

Anche chi lavora già potrebbe essere interessato. La riforma prevede una finestra di silenzio-assenso di sei mesi, decorrenti da luglio 2026, anche per i lavoratori già in forza che non hanno mai fatto una scelta esplicita sulla destinazione del TFR. Chi non si esprime entro quella finestra rischia di vedere il TFR avviato automaticamente verso il fondo pensione.

Se hai già scelto consapevolmente (e hai il documento TFR 2 compilato a suo tempo), non cambia nulla per te. Se non hai mai fatto una scelta formale, vale la pena verificare con l’ufficio HR o con un patronato.

Fondo pensione sì o no: i numeri da sapere

La domanda che si fanno tutti è: conviene davvero mandare il TFR al fondo pensione? Non esiste una risposta valida per tutti, ma ci sono dati concreti da conoscere.

Sui rendimenti. Negli ultimi dieci anni (dati COVIP al 2024), il TFR in azienda si è rivalutato in media del 2,3–2,4% annuo. I fondi pensione negoziali (quelli dei contratti collettivi) hanno reso in media il 2,7% annuo, i fondi aperti il 2,9%, i PIP (piani individuali pensionistici) il 3,2%. Le linee azionarie dei fondi hanno reso mediamente il 5% annuo sullo stesso periodo. Il vantaggio del fondo è più evidente su orizzonti lunghi e per chi sceglie una linea di investimento adeguata alla propria età.

Sulla fiscalità. Il TFR lasciato in azienda, quando viene liquidato, è tassato con l’aliquota media IRPEF degli ultimi cinque anni di lavoro: in pratica, tra il 23% e il 43% a seconda del reddito. Il TFR versato al fondo pensione viene invece tassato alla fine con un’aliquota agevolata che parte dal 15% e si riduce dello 0,3% per ogni anno di iscrizione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9% dopo 35 anni di permanenza. Per chi ha davanti a sé molti anni di lavoro, la differenza fiscale è sostanziale.

Dal 2026, il tetto di deducibilità per i versamenti volontari al fondo sale da 5.164,57 a 5.300 euro annui: i contributi che versi di tasca tua sono deducibili dal reddito IRPEF fino a quella soglia.

Il contributo del datore di lavoro. Molti contratti collettivi prevedono un contributo aggiuntivo del datore di lavoro al fondo pensione — ma solo se il lavoratore aderisce. Chi tiene il TFR in azienda rinuncia a quella quota. Sono i cosiddetti “soldi gratis”: una parte di retribuzione aggiuntiva che il datore versa esclusivamente per chi sceglie il fondo.

Esempio concreto: se il tuo CCNL prevede un contributo datoriale all’1% della retribuzione lorda e guadagni 25.000 euro lordi annui, stai rinunciando a 250 euro l’anno. Nel lungo periodo, capitalizzati, diventano molto di più.

Cosa puoi fare con il TFR nel fondo prima della pensione

Una delle obiezioni più frequenti al fondo pensione è: “ma se ho bisogno dei soldi prima di andare in pensione, li posso riprendere?” La risposta è sì, con alcune condizioni.

  • Anticipazione per acquisto o ristrutturazione della prima casa: fino al 75% del montante accumulato, dopo almeno 8 anni di iscrizione al fondo.
  • Anticipazione per spese sanitarie straordinarie: fino al 75%, in qualsiasi momento (senza attendere gli 8 anni), per sé o per i familiari a carico.
  • Anticipazione per qualsiasi motivo: fino al 30% del montante, dopo almeno 8 anni di iscrizione.
  • Riscatto in caso di perdita del lavoro: possibile in diverse forme, a seconda della durata della disoccupazione.

Dal 2026 aumenta anche la quota del montante finale che si può ricevere come capitale invece che come rendita mensile: dal 50% al 60%. Vengono introdotte anche nuove forme di erogazione più flessibili, tra cui la rendita a durata definita e la possibilità di prelievi frazionati.

Cosa fare adesso

  • Sei un nuovo assunto dopo il 1° luglio 2026? Hai 60 giorni dall’assunzione per scegliere. Non aspettare: chiedi a HR quale fondo è previsto dal tuo CCNL prima che scada il termine.
  • Sei già assunto e non hai mai scelto formalmente? Verifica con l’ufficio paghe se esiste un modello TFR 2 firmato a tuo nome. Se non c’è, potresti rientrare nella finestra di silenzio-assenso di luglio 2026.
  • Stai valutando se aderire al fondo? Controlla il tuo CCNL: esiste un contributo datoriale? Quanto rende il fondo di categoria negli ultimi anni? Con un orizzonte lungo, il vantaggio fiscale del fondo è significativo.
  • Hai dubbi sulla tua situazione specifica? Un CAF o un patronato può farti una simulazione comparativa gratuita tra le due opzioni.

Il TFR non è solo un “bonus” alla fine del rapporto di lavoro: è una componente importante della previdenza futura. Con le pensioni pubbliche destinate a essere sempre meno generose, capire come funziona il secondo pilastro non è più una cosa che si può rimandare.

📰 Notizie per chi lavora

⚠️ NASpI 2026: importo più alto ma platea più stretta

Il massimale mensile lordo sale a 1.584,70 euro (+1,4% rispetto al 2025), ma accedere alla NASpI è diventato più difficile. Chi si è dimesso volontariamente da un tempo indeterminato nei 12 mesi precedenti la disoccupazione deve aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione dopo le dimissioni — le settimane precedenti non contano più. Novità anche per chi vuole anticipare il sussidio per avviare un’attività autonoma: dal 1° gennaio 2026 l’anticipo non viene più erogato in un’unica soluzione ma in due rate (70% subito, 30% al termine della durata teorica). Attenzione anche alle assenze ingiustificate prolungate: se superano i limiti previsti dal CCNL, il rapporto si considera concluso per volontà del dipendente — senza diritto alla NASpI.

➡️ Chi perde il diritto e come funziona il nuovo anticipo

📈 Occupazione al massimo storico, stipendi in rialzo del 3,4%

Il 2025 si è chiuso con un record: 24 milioni 121 mila occupati, tasso di occupazione al 62,5%. A trainare la crescita sono i contratti a tempo indeterminato (+76.000 nell’ultimo trimestre), mentre i contratti a termine calano dell’8,6%. I rinnovi contrattuali hanno spinto le retribuzioni in su del 3,4% in media annua, con punte del 9,4% nella sanità e del 4,7% nelle amministrazioni centrali. Resta il nodo giovani: il tasso di occupazione sotto i 34 anni scende dell’1,3%, e la disoccupazione in quella fascia è ancora al 10,9%. Le prime stime 2026 confermano la tendenza positiva: +25.000 occupati già a gennaio.

➡️ Tutti i dati del bilancio ISTAT sul mercato del lavoro

🗓️ ROL e permessi: quante ore maturano ogni mese nel tuo contratto

Ogni mese che lavori accumuli ore di permesso retribuito — ROL o PAR — ma quante dipende dal tuo CCNL. La regola generale è che il rateo mensile matura integralmente solo se hai lavorato almeno 15 giorni solari nel mese. I metalmeccanici maturano in media 8,66 ore al mese (6 di ROL + 2,66 di ex festività), stessa struttura per chimico-farmaceutico e turismo. Nel commercio sopra i 15 dipendenti si arriva a 6 ore, sotto a 4,66. L’edilizia è il contratto più generoso con 7,3 ore mensili. I permessi ROL non goduti entro i termini vanno obbligatoriamente monetizzati — e il saldo si trova in busta paga nella voce “residuo”.

➡️ Il dettaglio per ogni CCNL principale