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L'approfondimento dai nostri social
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La Legge di Bilancio 2025 ha cambiato
faccia tra l’annuncio iniziale e l’approvazione
definitiva. Diverse misure sbandierate in
autunno sono sparite o state
ridimensionate, a causa dei conti
pubblici e di equilibri politici
interni. In questa newsletter ripercorriamo
cinque casi emblematici di “prima e
dopo” nella Manovra, spiegando in modo
chiaro cosa è successo. Senza entrare in polemiche di
parte, vedremo come alcune promesse
siano rimaste sulla carta e quali
compromessi sono emersi all’ultimo
momento, con riferimenti diretti alle fonti ufficiali
per chi vuole approfondire.
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Tredicesima detassata: promessa natalizia sfumata
PRIMA: Il governo aveva ventilato la
detassazione della tredicesima (la
mensilità aggiuntiva di dicembre) come aiuto al ceto
medio e spinta ai consumi di fine
anno. Si parlava di ipotesi come l’esenzione
totale dall’IRPEF, un’aliquota
agevolata al 10% oppure un “bonus
tredicesima” di circa 100
euro. L’idea era molto gettonata nelle
interviste autunnali dei membri dell’esecutivo. In
teoria, milioni di dipendenti e
pensionati avrebbero dovuto ricevere una
gratifica natalizia più ricca, con benefici
netti di alcune centinaia di euro per i
redditi medi e fino a oltre mille euro
per quelli più elevati.
DOPO: Di questa misura, alla prova dei
fatti, non c’è stata traccia nei testi
ufficiali. Nel Documento Programmatico inviato a
Bruxelles e nel disegno di legge approvato dal Consiglio
dei Ministri, la tredicesima “rivista”
non compariva affatto. Lo schema si è ripetuto anche in
Parlamento: semplicemente, la detassazione non è
mai stata inserita.
In sostanza, quella che doveva essere una novità per le
buste paga di dicembre è rimasta solo
una suggestione prenatalizia.
Probabilmente la misura si è rivelata troppo
onerosa per i fragili equilibri di bilancio
– a seconda delle ipotesi si stimava un costo tra
diversi miliardi e oltre 10
miliardi di euro – e il governo ha
preferito accantonarla del tutto prima
ancora di metterla nero su bianco. Un classico caso di
promessa che non supera l’esame dei
conti. Le risorse limitate sono state
dirottate altrove: ad esempio sulla detassazione
degli aumenti contrattuali decisa poi in
manovra. Quest’ultima prevede un’aliquota
agevolata del 5% sugli incrementi salariali
dei rinnovi dei contratti collettivi nel
2024-26 (per redditi fino ~33.000
€). È una misura mirata,
che interessa circa 3,8 milioni di
lavoratori privati e comporta un minor
gettito stimato di soli 643 milioni
di euro l’anno – importo ben inferiore ai
3-4 miliardi che sarebbe costato
intervenire sulle tredicesime. In altre parole, anziché
un costoso “regalo di Natale”
generalizzato, si è scelta una soluzione
più sostenibile finanziariamente,
concentrata sui rinnovi contrattuali.
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Pensioni: la stretta ritirata in extremis
PRIMA: Sul fronte pensioni, la
maggioranza aveva imboccato una strada piuttosto dura
durante l’iter della manovra. Con un emendamento
dell’ultimo minuto al Senato, erano state
introdotte nuove regole per la pensione
anticipata: da un lato l’allungamento da
3 a 6 mesi delle “finestre” di
uscita (il tempo di attesa tra la
maturazione dei requisiti e il primo assegno),
dall’altro il depotenziamento del riscatto degli
anni di laurea ai fini pensionistici. In
pratica chi riscattava la laurea (pagando per far
contare gli anni di studio nei contributi) avrebbe visto
diminuire progressivamente il valore di questi anni per
andare in pensione in anticipo – prima 6
mesi in meno, poi 12, fino
a tagliare 2 anni e mezzo sui crediti
di laurea nel lungo termine. Misure impopolari ma
pensate per risparmiare risorse da
destinare ad altri capitoli di spesa (si stimava un
sollievo per lo Stato di diverse centinaia di
milioni annui a regime).
DOPO: Queste norme hanno provocato uno
scontro sia dentro che fuori la maggioranza. La Lega
si è opposta apertamente, temendo un danno ai lavoratori
vicini alla pensione, e sindacati e
opposizioni hanno protestato per l’iniquità
e la retroattività di tali cambiamenti. Il risultato? Il
governo è stato costretto a fare marcia
indietro: le versioni più dure di queste
misure sono state corrette o infine cancellate del
tutto. Le disposizioni sulla “finestra mobile”
allungata e sul riscatto
laurea sono state
stralciate dal maxi-emendamento finale,
per evitare spaccature interne.
La ritirata dell’ultimo minuto sulle pensioni ha lasciato
il segno. Da un lato, salta la stretta
che avrebbe posticipato la pensione anticipata per molti
lavoratori (eliminando un risparmio futuro previsto di
circa 700-800 milioni l’anno sui conti
previdenziali). Dall’altro, il governo ha dovuto trovare
coperture alternative nel
maxi-emendamento per compensare l’abbandono di quei
risparmi. In pratica si è fatto ricorso a entrate una
tantum e spostamenti di fondi: ad esempio, è stato
chiesto alle compagnie assicurative un contributo
straordinario da 1,3 miliardi di
euro (tramite anticipo dell’imposta sui
premi), e si è attinto a certi fondi accantonati (come
capitoli per infrastrutture già previsti a bilancio) per
coprire le spese senza quelle stretture. La marcia
indietro ha evidenziato tensioni
politiche nella maggioranza, con
l’esecutivo costretto a promettere che affronterà il
nodo pensioni in un provvedimento
separato nei mesi successivi. In sostanza, il pacchetto
previdenza è stato rinviato: meglio
rinunciare – almeno per ora – a misure impopolari dal
beneficio finanziario differito, piuttosto che insistere
causando una crisi politica interna. Il maxi-emendamento
finale ha così finanziato altri capitoli (imprese, ZES,
ponte sullo Stretto…) con soluzioni tampone, lasciando
le pensioni inalterate rispetto alle
regole attuali.
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Lavoro sottopagato: cancellato lo “scudo”
pro-aziende
PRIMA: Tra gli emendamenti spuntati
durante l’esame parlamentare ce n’era uno ribattezzato
“scudo per i datori di lavoro”. Si
trattava di una norma tecnica, ma dal forte impatto
simbolico, che esentava le imprese dal pagamento
degli arretrati a seguito del ricorso di un
dipendente, anche qualora un giudice avesse accertato
che il lavoratore era stato pagato meno del
dovuto. In altre parole, l’azienda colta in
fallo non avrebbe dovuto corrispondere le differenze
retributive pregresse. L’idea, sostenuta da
alcuni esponenti di maggioranza, nasceva per “tranquillizzare”
le imprese in tema di vertenze sul lavoro
povero, soprattutto in vista di aumenti
salariali concordati ex post, e si collegava alla
volontà di limitare gli oneri retroattivi nei rinnovi
contrattuali. Una proposta molto favorevole alle
aziende, che di fatto metteva al riparo i datori dalle
cause per paghe troppo basse.
DOPO: La norma ha avuto vita breve. È
scoppiata una bufera non appena il suo
contenuto è emerso: opposizioni e sindacati hanno
attaccato definendola un colpo di mano gravissimo contro
i diritti dei lavoratori sottopagati. «I datori di
lavoro che non hanno corrisposto un salario equo non
saranno obbligati a pagare gli arretrati», ha denunciato
la segretaria PD Elly Schlein,
sottolineando la gravità di un provvedimento che a suo
dire assicurava il mantenimento del lavoro povero.
Critiche dure sono arrivate anche dal Movimento 5 Stelle
(Giuseppe Conte ha parlato di “norma
vergognosa”) e dai sindacati, che hanno
giudicato l’emendamento un attacco ai diritti dei
lavoratori. Nel giro di poche ore, anche alcuni settori
della maggioranza si sono allineati al ripensamento – il
Quirinale stesso avrebbe espresso
perplessità sulla misura. Risultato: l’emendamento è
stato ritirato prima del voto finale.
Quella sorta di scudo “salva-aziende”
non è entrato nella legge di bilancio definitiva.
Il caso dimostra come certe forzature last
minute possano implodere per ragioni politiche.
In questo frangente, la volontà di mandare un segnale
pro-imprese (evitando loro esborsi per
arretrati) si è scontrata con un immediato costo in
termini di consenso. La maggioranza ha
preferito evitare di caricarsi una misura difficile da
spiegare all’opinione pubblica, cancellandola in
extremis. Va notato che l’idea faceva parte di un
pacchetto più ampio sul lavoro povero, che includeva
anche agevolazioni fiscali sugli
aumenti retributivi: caduto lo scudo
legale, è rimasto in piedi solo l’incentivo
“positivo” (tassazione ridotta sui nuovi aumenti),
eliminando invece la parte punitiva per i dipendenti che
reclamavano arretrati. In sintesi,
prima si era tentato un approccio di
tipo “bastone e carota” (premiare chi
alza gli stipendi ma anche limitare i rischi di vertenze
sulle paghe pregresse), dopo si è
rimasti solo con la carota,
abbandonando il bastone. La vicenda ha suscitato
sollievo tra i sindacati – che hanno parlato di vittoria
dei lavoratori – e ha mostrato come certi
confini (il diritto a ricevere il
dovuto) non possano essere facilmente
oltrepassati nemmeno in nome della realpolitik.
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Affitti brevi: dalla rivoluzione annunciata al
compromesso minimo
PRIMA: Un altro dossier caldo riguardava
gli affitti brevi (es. case affittate
su Airbnb). In origine si prospettava una stretta
radicale: il governo intendeva limitare
l’uso della cedolare secca al 21% per
chi affitta a breve termine molte proprietà, così da
disincentivare la trasformazione di troppe case in B&B
e liberare alloggi per i residenti. Le ipotesi circolate
andavano dall’introdurre una tassa piatta più
alta per i multi-proprietari (ad esempio
portare al 26% l’aliquota per gli
affitti turistici) fino a ridurre il numero di
immobili ammessi al regime agevolato, con
chi affitta molte case equiparato a un’attività di
impresa. Si parlava anche di obblighi più stringenti per
l’uso dei portali online. Insomma, nelle intenzioni
iniziali doveva essere una piccola
“rivoluzione” per regolamentare il
fenomeno Airbnb, aumentando il gettito fiscale e
contrastando l’affitto breve selvaggio nelle città
d’arte.
DOPO: Alla fine, la montagna ha
partorito il classico topolino. La versione definitiva
della manovra ha annacquato di molto la
stretta sugli affitti brevi, mantenendo l’impianto
attuale e limando solo qualche dettaglio. Nello
specifico, dal 2026 la cedolare secca
resta al 21% sul primo immobile, mentre
sale al 26% sul secondo (sempre per gli
affitti brevi). Dal terzo immobile in
poi scatta la presunzione di attività
imprenditoriale: ciò significa che chi
affitta più di 2 case dovrà aprire
partita IVA e non potrà più godere
della cedolare agevolata. Si tratta dunque di un
compromesso minimo. Già una norma del 2021 escludeva il
regime fiscale agevolato oltre le 4 unità
abitative, e la manovra 2025 abbassa
semplicemente quel limite a 3 unità.
Nessuna rivoluzione epocale, solo un inasprimento
moderato che probabilmente riguarderà una platea
ristretta di proprietari molto attivi nel mercato
turistico.
Il messaggio del governo, nei fatti, è stato: meglio
qualche correzione concreta che impantanarsi in riforme
drastiche all’ultimo minuto. Chi si aspettava una
sforbiciata severa agli affitti turistici dovrà
attendere ancora; per ora tutto rimane quasi
status quo. Va aggiunto che l’impatto
atteso sul gettito è modesto: la relazione
tecnica calcola che questa mini-stretta frutterà circa
100 milioni di euro l’anno a regime,
segno che parliamo più di un segnale
(anche politico, verso chi lamenta l’invasione di
Airbnb) che di una misura con effetti finanziari o
abitativi risolutivi. Non a caso, la norma è stata
presentata come temporanea e molto
probabilmente sarà rivista in Parlamento prima della
piena entrata in vigore. All’interno della stessa
maggioranza, infatti, Forza Italia ha già promesso
battaglia definendo “sbagliata” la
tassa sugli affitti brevi, e anche la Lega si è detta
contraria (tanto che Matteo Salvini ha assicurato che la
misura verrà cancellata o modificata in
corsa). Insomma, la “rivoluzione
Airbnb” si è ridimensionata in un
aggiustamento minimale e forse transitorio. Nel
frattempo, il governo incasserà quel poco gettito
aggiuntivo (ordine di grandezza: un centinaio di
milioni annui) e potrà dire di aver
iniziato a occuparsi del problema senza però scontentare
troppo il fronte dei proprietari immobiliari. Il
risultato pratico, per ora, è che tutto cambia
perché nulla cambi davvero: l’industria
degli affitti brevi continuerà quasi indisturbata, salvo
un lieve aggravio fiscale per chi affitta più di una
casa tramite piattaforme online.
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E-commerce: niente incentivi, spunta la “tassa sui
pacchi”
PRIMA: Tra le misure ventilate in fase
preparatoria c’erano anche possibili incentivi
fiscali per l’e-commerce e la logistica
internazionale. Si era parlato di interventi per
favorire la competitività digitale
dell’Italia, ad esempio agevolazioni per chi esporta
online, sgravi per potenziare i corridoi logistici, o
comunque tagli di imposte che potessero sostenere
maggiormente l’export e il turismo digitale. Erano
proposte pensate per dare un segnale di modernizzazione
e di sostegno alle imprese che operano nel commercio
elettronico globale.
DOPO: Anche qui, le aspettative si sono
ridimensionate drasticamente. Nella Manovra definitiva
non c’è traccia di robusti incentivi per l’e-commerce:
le misure di sostegno più ambiziose sono state espunte
o ridotte al minimo. Al loro posto, è
comparsa una novità di segno opposto: un contributo
fisso di 2 euro su ogni pacco di piccolo
valore importato da Paesi extra-UE. In
pratica una “mini-tassa sui pacchi”
sotto i 150 euro, che mira a tassare le
spedizioni estere di modesto importo. Questa misura –
inserita anch’essa durante l’esame parlamentare – è
volta a disincentivare gli acquisti da marketplace
extraeuropei ultra-economici (tipo Temu, Shein, Alibaba
ecc.) e al tempo stesso a generare un po’ di gettito. Si
tratta di un intervento molto più limitato di quanto
ipotizzato inizialmente e pensato più per fare cassa che
per incentivare il settore. Nessun alleggerimento
fiscale sostanziale è arrivato per il commercio
digitale, solo questo balzello simbolico.
La vicenda evidenzia come molte idee ambiziose lanciate
nei mesi scorsi siano state fortemente ridimensionate.
Da possibili sgravi per innovazione si è passati a una
misura restrittiva (per quanto limitata) come la
“tassa sui pacchi”. È il segno di una
manovra impostata alla prudenza
finanziaria: di fronte ai conti tirati, il
governo ha preferito raccogliere qualche
centinaio di milioni con le spedizioni e
abbandonare gli incentivi costosi. Per dare un’idea, la
relazione tecnica alla manovra stima circa 200
milioni di pacchi di valore inferiore a
150 € importati ogni anno in Italia;
applicando il contributo di 2 euro e
tenendo conto di un calo atteso dei volumi (meno
17% per l’aumento di prezzo) nonché di
possibili elusioni, si prevede che circa 100
milioni di pacchi saranno effettivamente
colpiti dalla nuova tassa. Il gettito annuo
atteso è di circa 245 milioni di
euro a regime (poco più di 200 milioni dai
2 euro/pacco, più circa 40-45 milioni
di maggiore IVA indotta). Cifre relativamente piccole
nel bilancio statale, ma significative come segnale
politico: chi sperava in spinte propulsive
per l’e-commerce è rimasto deluso – alla prova del
Parlamento ha prevalso la linea del
contenimento, confermando che tante
promesse sono rimaste sulla carta anche in questo
ambito. In definitiva, invece di favorire il commercio
digitale, si è scelta la strada opposta (seppur in forma
lieve) di tassare le vendite online
transfrontaliere di basso importo. È una misura che
piacerà ai dettaglianti tradizionali e che porta un po’
di entrate facili, mentre le imprese dell’e-commerce
dovranno aspettare tempi migliori per vedere
riconosciuto, magari con incentivi ad hoc, il loro ruolo
nell’economia digitale del Paese.
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