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09/01/2026

Manovra 2025: dagli annunci al testo finale, quanto e cosa è cambiato

Manovra 2025: dagli annunci al testo finale, quanto e cosa è cambiato Bozza Iscrizione OneClick
 
 
 
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La Legge di Bilancio 2025 ha cambiato faccia tra l’annuncio iniziale e l’approvazione definitiva. Diverse misure sbandierate in autunno sono sparite o state ridimensionate, a causa dei conti pubblici e di equilibri politici interni. In questa newsletter ripercorriamo cinque casi emblematici di “prima e dopo” nella Manovra, spiegando in modo chiaro cosa è successo. Senza entrare in polemiche di parte, vedremo come alcune promesse siano rimaste sulla carta e quali compromessi sono emersi all’ultimo momento, con riferimenti diretti alle fonti ufficiali per chi vuole approfondire.

Tredicesima detassata: promessa natalizia sfumata

PRIMA: Il governo aveva ventilato la detassazione della tredicesima (la mensilità aggiuntiva di dicembre) come aiuto al ceto medio e spinta ai consumi di fine anno. Si parlava di ipotesi come l’esenzione totale dall’IRPEF, un’aliquota agevolata al 10% oppure un “bonus tredicesima” di circa 100 euro. L’idea era molto gettonata nelle interviste autunnali dei membri dell’esecutivo. In teoria, milioni di dipendenti e pensionati avrebbero dovuto ricevere una gratifica natalizia più ricca, con benefici netti di alcune centinaia di euro per i redditi medi e fino a oltre mille euro per quelli più elevati.

DOPO: Di questa misura, alla prova dei fatti, non c’è stata traccia nei testi ufficiali. Nel Documento Programmatico inviato a Bruxelles e nel disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri, la tredicesima “rivista” non compariva affatto. Lo schema si è ripetuto anche in Parlamento: semplicemente, la detassazione non è mai stata inserita.

In sostanza, quella che doveva essere una novità per le buste paga di dicembre è rimasta solo una suggestione prenatalizia. Probabilmente la misura si è rivelata troppo onerosa per i fragili equilibri di bilancio – a seconda delle ipotesi si stimava un costo tra diversi miliardi e oltre 10 miliardi di euro – e il governo ha preferito accantonarla del tutto prima ancora di metterla nero su bianco. Un classico caso di promessa che non supera l’esame dei conti. Le risorse limitate sono state dirottate altrove: ad esempio sulla detassazione degli aumenti contrattuali decisa poi in manovra. Quest’ultima prevede un’aliquota agevolata del 5% sugli incrementi salariali dei rinnovi dei contratti collettivi nel 2024-26 (per redditi fino ~33.000 €). È una misura mirata, che interessa circa 3,8 milioni di lavoratori privati e comporta un minor gettito stimato di soli 643 milioni di euro l’anno – importo ben inferiore ai 3-4 miliardi che sarebbe costato intervenire sulle tredicesime. In altre parole, anziché un costoso “regalo di Natale” generalizzato, si è scelta una soluzione più sostenibile finanziariamente, concentrata sui rinnovi contrattuali.

Pensioni: la stretta ritirata in extremis

PRIMA: Sul fronte pensioni, la maggioranza aveva imboccato una strada piuttosto dura durante l’iter della manovra. Con un emendamento dell’ultimo minuto al Senato, erano state introdotte nuove regole per la pensione anticipata: da un lato l’allungamento da 3 a 6 mesi delle “finestre” di uscita (il tempo di attesa tra la maturazione dei requisiti e il primo assegno), dall’altro il depotenziamento del riscatto degli anni di laurea ai fini pensionistici. In pratica chi riscattava la laurea (pagando per far contare gli anni di studio nei contributi) avrebbe visto diminuire progressivamente il valore di questi anni per andare in pensione in anticipo – prima 6 mesi in meno, poi 12, fino a tagliare 2 anni e mezzo sui crediti di laurea nel lungo termine. Misure impopolari ma pensate per risparmiare risorse da destinare ad altri capitoli di spesa (si stimava un sollievo per lo Stato di diverse centinaia di milioni annui a regime).

DOPO: Queste norme hanno provocato uno scontro sia dentro che fuori la maggioranza. La Lega si è opposta apertamente, temendo un danno ai lavoratori vicini alla pensione, e sindacati e opposizioni hanno protestato per l’iniquità e la retroattività di tali cambiamenti. Il risultato? Il governo è stato costretto a fare marcia indietro: le versioni più dure di queste misure sono state corrette o infine cancellate del tutto. Le disposizioni sulla “finestra mobile” allungata e sul riscatto laurea sono state stralciate dal maxi-emendamento finale, per evitare spaccature interne.

La ritirata dell’ultimo minuto sulle pensioni ha lasciato il segno. Da un lato, salta la stretta che avrebbe posticipato la pensione anticipata per molti lavoratori (eliminando un risparmio futuro previsto di circa 700-800 milioni l’anno sui conti previdenziali). Dall’altro, il governo ha dovuto trovare coperture alternative nel maxi-emendamento per compensare l’abbandono di quei risparmi. In pratica si è fatto ricorso a entrate una tantum e spostamenti di fondi: ad esempio, è stato chiesto alle compagnie assicurative un contributo straordinario da 1,3 miliardi di euro (tramite anticipo dell’imposta sui premi), e si è attinto a certi fondi accantonati (come capitoli per infrastrutture già previsti a bilancio) per coprire le spese senza quelle stretture. La marcia indietro ha evidenziato tensioni politiche nella maggioranza, con l’esecutivo costretto a promettere che affronterà il nodo pensioni in un provvedimento separato nei mesi successivi. In sostanza, il pacchetto previdenza è stato rinviato: meglio rinunciare – almeno per ora – a misure impopolari dal beneficio finanziario differito, piuttosto che insistere causando una crisi politica interna. Il maxi-emendamento finale ha così finanziato altri capitoli (imprese, ZES, ponte sullo Stretto…) con soluzioni tampone, lasciando le pensioni inalterate rispetto alle regole attuali.

Lavoro sottopagato: cancellato lo “scudo” pro-aziende

PRIMA: Tra gli emendamenti spuntati durante l’esame parlamentare ce n’era uno ribattezzato “scudo per i datori di lavoro”. Si trattava di una norma tecnica, ma dal forte impatto simbolico, che esentava le imprese dal pagamento degli arretrati a seguito del ricorso di un dipendente, anche qualora un giudice avesse accertato che il lavoratore era stato pagato meno del dovuto. In altre parole, l’azienda colta in fallo non avrebbe dovuto corrispondere le differenze retributive pregresse. L’idea, sostenuta da alcuni esponenti di maggioranza, nasceva per “tranquillizzare” le imprese in tema di vertenze sul lavoro povero, soprattutto in vista di aumenti salariali concordati ex post, e si collegava alla volontà di limitare gli oneri retroattivi nei rinnovi contrattuali. Una proposta molto favorevole alle aziende, che di fatto metteva al riparo i datori dalle cause per paghe troppo basse.

DOPO: La norma ha avuto vita breve. È scoppiata una bufera non appena il suo contenuto è emerso: opposizioni e sindacati hanno attaccato definendola un colpo di mano gravissimo contro i diritti dei lavoratori sottopagati. «I datori di lavoro che non hanno corrisposto un salario equo non saranno obbligati a pagare gli arretrati», ha denunciato la segretaria PD Elly Schlein, sottolineando la gravità di un provvedimento che a suo dire assicurava il mantenimento del lavoro povero. Critiche dure sono arrivate anche dal Movimento 5 Stelle (Giuseppe Conte ha parlato di “norma vergognosa”) e dai sindacati, che hanno giudicato l’emendamento un attacco ai diritti dei lavoratori. Nel giro di poche ore, anche alcuni settori della maggioranza si sono allineati al ripensamento – il Quirinale stesso avrebbe espresso perplessità sulla misura. Risultato: l’emendamento è stato ritirato prima del voto finale. Quella sorta di scudo “salva-aziende” non è entrato nella legge di bilancio definitiva.

Il caso dimostra come certe forzature last minute possano implodere per ragioni politiche. In questo frangente, la volontà di mandare un segnale pro-imprese (evitando loro esborsi per arretrati) si è scontrata con un immediato costo in termini di consenso. La maggioranza ha preferito evitare di caricarsi una misura difficile da spiegare all’opinione pubblica, cancellandola in extremis. Va notato che l’idea faceva parte di un pacchetto più ampio sul lavoro povero, che includeva anche agevolazioni fiscali sugli aumenti retributivi: caduto lo scudo legale, è rimasto in piedi solo l’incentivo “positivo” (tassazione ridotta sui nuovi aumenti), eliminando invece la parte punitiva per i dipendenti che reclamavano arretrati. In sintesi, prima si era tentato un approccio di tipo “bastone e carota” (premiare chi alza gli stipendi ma anche limitare i rischi di vertenze sulle paghe pregresse), dopo si è rimasti solo con la carota, abbandonando il bastone. La vicenda ha suscitato sollievo tra i sindacati – che hanno parlato di vittoria dei lavoratori – e ha mostrato come certi confini (il diritto a ricevere il dovuto) non possano essere facilmente oltrepassati nemmeno in nome della realpolitik.

Affitti brevi: dalla rivoluzione annunciata al compromesso minimo

PRIMA: Un altro dossier caldo riguardava gli affitti brevi (es. case affittate su Airbnb). In origine si prospettava una stretta radicale: il governo intendeva limitare l’uso della cedolare secca al 21% per chi affitta a breve termine molte proprietà, così da disincentivare la trasformazione di troppe case in B&B e liberare alloggi per i residenti. Le ipotesi circolate andavano dall’introdurre una tassa piatta più alta per i multi-proprietari (ad esempio portare al 26% l’aliquota per gli affitti turistici) fino a ridurre il numero di immobili ammessi al regime agevolato, con chi affitta molte case equiparato a un’attività di impresa. Si parlava anche di obblighi più stringenti per l’uso dei portali online. Insomma, nelle intenzioni iniziali doveva essere una piccola “rivoluzione” per regolamentare il fenomeno Airbnb, aumentando il gettito fiscale e contrastando l’affitto breve selvaggio nelle città d’arte.

DOPO: Alla fine, la montagna ha partorito il classico topolino. La versione definitiva della manovra ha annacquato di molto la stretta sugli affitti brevi, mantenendo l’impianto attuale e limando solo qualche dettaglio. Nello specifico, dal 2026 la cedolare secca resta al 21% sul primo immobile, mentre sale al 26% sul secondo (sempre per gli affitti brevi). Dal terzo immobile in poi scatta la presunzione di attività imprenditoriale: ciò significa che chi affitta più di 2 case dovrà aprire partita IVA e non potrà più godere della cedolare agevolata. Si tratta dunque di un compromesso minimo. Già una norma del 2021 escludeva il regime fiscale agevolato oltre le 4 unità abitative, e la manovra 2025 abbassa semplicemente quel limite a 3 unità. Nessuna rivoluzione epocale, solo un inasprimento moderato che probabilmente riguarderà una platea ristretta di proprietari molto attivi nel mercato turistico.

Il messaggio del governo, nei fatti, è stato: meglio qualche correzione concreta che impantanarsi in riforme drastiche all’ultimo minuto. Chi si aspettava una sforbiciata severa agli affitti turistici dovrà attendere ancora; per ora tutto rimane quasi status quo. Va aggiunto che l’impatto atteso sul gettito è modesto: la relazione tecnica calcola che questa mini-stretta frutterà circa 100 milioni di euro l’anno a regime, segno che parliamo più di un segnale (anche politico, verso chi lamenta l’invasione di Airbnb) che di una misura con effetti finanziari o abitativi risolutivi. Non a caso, la norma è stata presentata come temporanea e molto probabilmente sarà rivista in Parlamento prima della piena entrata in vigore. All’interno della stessa maggioranza, infatti, Forza Italia ha già promesso battaglia definendo “sbagliata” la tassa sugli affitti brevi, e anche la Lega si è detta contraria (tanto che Matteo Salvini ha assicurato che la misura verrà cancellata o modificata in corsa). Insomma, la “rivoluzione Airbnb” si è ridimensionata in un aggiustamento minimale e forse transitorio. Nel frattempo, il governo incasserà quel poco gettito aggiuntivo (ordine di grandezza: un centinaio di milioni annui) e potrà dire di aver iniziato a occuparsi del problema senza però scontentare troppo il fronte dei proprietari immobiliari. Il risultato pratico, per ora, è che tutto cambia perché nulla cambi davvero: l’industria degli affitti brevi continuerà quasi indisturbata, salvo un lieve aggravio fiscale per chi affitta più di una casa tramite piattaforme online.

E-commerce: niente incentivi, spunta la “tassa sui pacchi”

PRIMA: Tra le misure ventilate in fase preparatoria c’erano anche possibili incentivi fiscali per l’e-commerce e la logistica internazionale. Si era parlato di interventi per favorire la competitività digitale dell’Italia, ad esempio agevolazioni per chi esporta online, sgravi per potenziare i corridoi logistici, o comunque tagli di imposte che potessero sostenere maggiormente l’export e il turismo digitale. Erano proposte pensate per dare un segnale di modernizzazione e di sostegno alle imprese che operano nel commercio elettronico globale.

DOPO: Anche qui, le aspettative si sono ridimensionate drasticamente. Nella Manovra definitiva non c’è traccia di robusti incentivi per l’e-commerce: le misure di sostegno più ambiziose sono state espunte o ridotte al minimo. Al loro posto, è comparsa una novità di segno opposto: un contributo fisso di 2 euro su ogni pacco di piccolo valore importato da Paesi extra-UE. In pratica una “mini-tassa sui pacchi” sotto i 150 euro, che mira a tassare le spedizioni estere di modesto importo. Questa misura – inserita anch’essa durante l’esame parlamentare – è volta a disincentivare gli acquisti da marketplace extraeuropei ultra-economici (tipo Temu, Shein, Alibaba ecc.) e al tempo stesso a generare un po’ di gettito. Si tratta di un intervento molto più limitato di quanto ipotizzato inizialmente e pensato più per fare cassa che per incentivare il settore. Nessun alleggerimento fiscale sostanziale è arrivato per il commercio digitale, solo questo balzello simbolico.

La vicenda evidenzia come molte idee ambiziose lanciate nei mesi scorsi siano state fortemente ridimensionate. Da possibili sgravi per innovazione si è passati a una misura restrittiva (per quanto limitata) come la “tassa sui pacchi”. È il segno di una manovra impostata alla prudenza finanziaria: di fronte ai conti tirati, il governo ha preferito raccogliere qualche centinaio di milioni con le spedizioni e abbandonare gli incentivi costosi. Per dare un’idea, la relazione tecnica alla manovra stima circa 200 milioni di pacchi di valore inferiore a 150 € importati ogni anno in Italia; applicando il contributo di 2 euro e tenendo conto di un calo atteso dei volumi (meno 17% per l’aumento di prezzo) nonché di possibili elusioni, si prevede che circa 100 milioni di pacchi saranno effettivamente colpiti dalla nuova tassa. Il gettito annuo atteso è di circa 245 milioni di euro a regime (poco più di 200 milioni dai 2 euro/pacco, più circa 40-45 milioni di maggiore IVA indotta). Cifre relativamente piccole nel bilancio statale, ma significative come segnale politico: chi sperava in spinte propulsive per l’e-commerce è rimasto deluso – alla prova del Parlamento ha prevalso la linea del contenimento, confermando che tante promesse sono rimaste sulla carta anche in questo ambito. In definitiva, invece di favorire il commercio digitale, si è scelta la strada opposta (seppur in forma lieve) di tassare le vendite online transfrontaliere di basso importo. È una misura che piacerà ai dettaglianti tradizionali e che porta un po’ di entrate facili, mentre le imprese dell’e-commerce dovranno aspettare tempi migliori per vedere riconosciuto, magari con incentivi ad hoc, il loro ruolo nell’economia digitale del Paese.