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Novità per i lavoratori autonomi
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Il pilastro che non si costruisce da solo
C’è una differenza silenziosa che separa chi ha una busta paga da chi non ce l’ha, e riguarda il futuro più che il presente. Per un dipendente il secondo pilastro pensionistico tende a costruirsi quasi da solo: il TFR matura ogni mese senza che nessuno debba pensarci e il datore di lavoro aggiunge la sua quota quando si aderisce al fondo di categoria. Da luglio di quest’anno, poi, per i nuovi assunti scatta perfino l’adesione automatica, con il fondo che parte a meno di dirgli espressamente di no. Per chi lavora in proprio vale l’esatto opposto: se non decide lui, non parte niente, perché nessun meccanismo si attiva in sua vece.
Prima dell’estate abbiamo raccontato quanto sarà sottile, per molti autonomi, la pensione costruita con i soli contributi obbligatori, tra montanti che crescono lentamente e redditi che oscillano. Questo numero riprende quel discorso dal punto in cui lo avevamo lasciato e risponde alla domanda che ne discende naturalmente: come ci si costruisce un secondo pilastro quando si è, allo stesso tempo, il lavoratore e il datore di lavoro che dovrebbe versare per lui. La risposta passa dagli strumenti disponibili, da un vantaggio fiscale appena ritoccato al rialzo e da un nodo che riguarda da vicino chi è in regime forfettario.
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Gli strumenti aperti a chi lavora in proprio
Le porte davvero aperte a chi lavora in proprio sono principalmente due: i fondi pensione aperti, istituiti da banche e compagnie di assicurazione ma anche da società di gestione del risparmio, accessibili a chiunque, e i PIP, i piani individuali pensionistici di natura assicurativa. Ad alcuni si aggiunge una terza porta, meno conosciuta: certi fondi negoziali di categoria hanno aperto l’adesione anche a professionisti e imprenditori del proprio settore, come accade per esempio nel terziario, quindi vale la pena verificare se il fondo del proprio comparto lo prevede prima di dare per scontato che sia riservato ai dipendenti.
Chi è iscritto a una cassa professionale non è escluso dal discorso, anzi: l’adesione a una forma complementare si cumula con la cassa, e i contributi obbligatori versati a quest’ultima restano deducibili senza limiti, su un binario separato rispetto a quello di cui parleremo tra poco.
Nella scelta contano soprattutto due variabili. La prima sono i costi, misurati dall’indicatore sintetico ISC che ogni fondo deve pubblicare e che la COVIP mette a confronto sul proprio sito: su un orizzonte di venti o trent’anni, un punto percentuale di costi in più erode una fetta sorprendente del capitale finale, e in media i fondi aperti risultano più economici dei PIP. La seconda è il comparto di investimento, da calibrare sull’orizzonte temporale: più anni mancano alla pensione, più ha senso una linea con componente azionaria, salvo poi ridurre gradualmente il rischio avvicinandosi al traguardo. Una scelta iniziale non è comunque una condanna, perché la posizione si può trasferire a un altro fondo conservando l’anzianità di iscrizione, che come vedremo ha un valore fiscale concreto.
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Il tetto sale a 5.300 euro, ma per i forfettari il conto è diverso
Il vantaggio fiscale più noto della previdenza complementare è la deducibilità dei versamenti, e qui arriva la novità dell’anno: la Legge di Bilancio 2026 ha alzato il tetto annuo da 5.164,57 euro, cifra ferma da vent’anni perché derivava dalla conversione dei vecchi dieci milioni di lire, a 5.300 euro. Il ritocco vale sull’intero periodo d’imposta 2026, e per chi dichiara con il regime ordinario si traduce in un risparmio proporzionale alla propria aliquota marginale: versare al fondo significa sottrarre quella somma al reddito imponibile, con un beneficio che cresce al crescere dell’IRPEF che si sarebbe pagata.
Chi è in regime forfettario deve però fare un ragionamento diverso, e conviene dirlo con chiarezza perché è il punto su cui circola più confusione: l’imposta sostitutiva non ammette oneri deducibili, quindi i versamenti al fondo pensione non riducono le tasse di chi ha soltanto il reddito forfettario. La deduzione torna a funzionare solo se esistono altri redditi tassati con l’IRPEF ordinaria, per esempio un affitto senza cedolare, una pensione o un lavoro dipendente accanto alla partita IVA.
Questo non significa che per un forfettario il fondo pensione perda senso, per due ragioni. La prima è che i contributi non dedotti, se comunicati al fondo entro il 31 dicembre dell’anno successivo al versamento, non verranno tassati al momento della prestazione, evitando la doppia imposizione: una comunicazione semplice, spesso un modulo online, che troppi iscritti dimenticano. La seconda è che restano intatti gli altri vantaggi dello strumento, a partire dalla tassazione di favore in uscita di cui parliamo nella prossima sezione, che nessun investimento ordinario offre.
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La flessibilità che serve a un reddito variabile
L’obiezione più comune di chi lavora in proprio è che impegnarsi a versare ogni mese, con entrate che vanno a fisarmonica, sembra un azzardo. È un timore fondato su un equivoco: nei fondi aperti e nei PIP il versamento è libero, si può aumentare negli anni buoni e ridurre in quelli magri, fino a sospenderlo del tutto senza penalità quando serve, e questa elasticità rende lo strumento particolarmente adatto proprio a chi non può contare su un flusso fisso. Un criterio pratico che funziona è ragionare in percentuale dell’incassato anziché in cifra fissa, così che l’accantonamento respiri insieme al fatturato.
Il capitale, inoltre, non è blindato quanto si crede. Le anticipazioni permettono di attingere alla posizione per spese sanitarie in qualsiasi momento, e dopo otto anni di iscrizione anche per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa o per altre esigenze entro certi limiti. Avvicinandosi al traguardo esiste poi la RITA, la rendita temporanea che consente di iniziare a incassare il montante fino a cinque anni prima della pensione di vecchiaia, ormai strutturale nel sistema. E durante tutta la fase di accumulo il montante è impignorabile, un dettaglio che per chi fa impresa con il proprio patrimonio ha un peso concreto.
Quanto all’uscita, la tassazione è il vero argomento di chiusura: la prestazione finale sconta un’aliquota del 15%, che si riduce di 0,30 punti per ogni anno di iscrizione oltre il quindicesimo fino a un minimo del 9%. È il motivo per cui l’anzianità di iscrizione è essa stessa un capitale: aprire la posizione presto, anche con versamenti piccoli, fa partire un contatore che vale punti di tassazione in meno tra qualche decennio. Al pensionamento si può ritirare in capitale fino alla metà del montante, con il resto convertito in rendita; su questo punto è bene sapere che l’innalzamento della quota capitale al 60%, annunciato dalla Legge di Bilancio, è stato cancellato prima di entrare in vigore, quindi il tetto resta al 50% e chi lo trovasse ancora citato in giro sta leggendo informazioni superate.
Il messaggio di fondo di questo numero, in fin dei conti, sta tutto nell’asimmetria da cui siamo partiti: al dipendente il secondo pilastro viene incontro, all’autonomo tocca fare il primo passo. Farlo presto, scegliendo lo strumento con la consapevolezza fiscale adatta al proprio regime, trasforma un pensiero vagamente ansiogeno in una pratica gestibile come le altre che raccontiamo qui ogni due settimane. Nel prossimo numero torniamo invece su una scadenza vicina: l’ISCRO, l’indennità per chi ha attraversato un calo di reddito, con la domanda da presentare entro fine ottobre.
A tra due settimane.
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