In Proprio

In Proprio è la newsletter di PMI.it dedicata a chi lavora senza una busta paga. Ogni due settimane racconta quello che conta davvero per chi è autonomo o ha una partita IVA: fisco, contributi, compensi, tutele, scadenze.


17/06/2026

In proprio – Pensione e partita IVA: il calcolo che pochi fanno (e che dovrebbero fare adesso)

In proprio – Pensione e partita IVA: il calcolo che pochi fanno (e che dovrebbero fare adesso) Novità e approfondimenti per lavoratori autonomi e partita IVA.
 
 
 
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Novità per i lavoratori autonomi
 
 

La pensione che ti costruisci da solo

(anche quando non te ne accorgi)

Nel numero scorso abbiamo parlato del taglio IRPEF 2026 e di come arriva — o non arriva — nei nostri F24. Era un discorso di breve termine, su soldi che si vedono entro novembre. Quello di oggi sposta lo sguardo molto più in là: alla pensione. È un argomento che la maggior parte di chi lavora in proprio tende ad accantonare, un po’ per pigrizia, un po’ perché i numeri che ne emergono raramente sono incoraggianti, un po’ perché il sistema appare incomprensibile.

Eppure è probabilmente l’argomento finanziariamente più importante di tutti, per due ragioni molto semplici: per i lavoratori autonomi la pensione non arriva automaticamente come una conseguenza dell’avere lavorato — la si costruisce attivamente, scelta dopo scelta, e quello che si fa o non si fa adesso ha conseguenze che si vedranno solo tra venti o trent’anni. Quando ti accorgi che non basta, è troppo tardi per recuperare.

Questo numero prova a fare ordine: dove finiscono i contributi che versi, come si calcola davvero quello che prenderai, quando potrai smettere di lavorare, e — soprattutto — perché per chi lavora in proprio la previdenza complementare non è una scelta opzionale, è praticamente una necessità.

Dove finiscono i tuoi contributi

(e perché conviene saperlo subito)

Il primo passo per capire la propria pensione è capire dove si stanno accumulando i contributi che si versano ogni anno. Per i lavoratori autonomi italiani le destinazioni sono tre, e non sono intercambiabili: dipendono dal tipo di attività, non da una scelta personale.

Gestione Separata INPS. Ci finiscono i liberi professionisti senza cassa di categoria — consulenti, copywriter, programmatori, designer, formatori, fotografi, social media manager, gran parte dei freelance “moderni” — insieme ai collaboratori coordinati e continuativi e a varie figure assimilate. Per il 2026 l’aliquota per chi non ha altre coperture previdenziali è del 26,07% del reddito professionale netto (25% IVS più 0,72% per prestazioni minori e 0,35% per ISCRO), scende al 24% per chi è già pensionato o iscritto ad altre forme di previdenza obbligatoria. È un sistema interamente contributivo: quello che prenderai dipenderà esclusivamente da quanto avrai versato.

Casse professionali di categoria. Avvocati alla Cassa Forense, medici all’ENPAM, ingegneri e architetti all’Inarcassa, commercialisti alla CNPADC, notai alla Cassa del Notariato, geometri al CIPAG, e così via. Ogni cassa ha il proprio regolamento, le proprie aliquote (di solito tra il 12% e il 20%) e i propri criteri di calcolo. Alcune sono integralmente contributive, altre conservano elementi misti. La scelta della cassa non è opzionale: chi è iscritto a un albo professionale con cassa autonoma versa lì, non alla Gestione Separata.

Gestione Artigiani e Commercianti INPS. Riguarda chi svolge attività artigianali o commerciali in proprio. Ha una caratteristica importante e spesso sottovalutata: prevede contributi minimi fissi obbligatori (circa 4.500 € annui per il 2026) che vanno versati anche con un reddito basso o nullo, più una quota variabile sul reddito eccedente il minimale. Aliquote ordinarie del 24% per artigiani e 24,48% per commercianti.

Una nota pratica: i contributi versati sono interamente deducibili dal reddito imponibile, e per chi è in regime forfettario vale la stessa regola — i contributi si sottraggono dal reddito forfettario prima del calcolo dell’imposta sostitutiva del 15%. Questo significa che a livello fiscale ciò che versi per la pensione è già un beneficio immediato, prima ancora di esserlo in futuro.

La formula che decide tutto: montante e coefficiente

Tutti coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 — quindi praticamente l’intero pubblico di una newsletter come questa — sono nel sistema contributivo puro. Significa che la pensione non si calcola in proporzione agli ultimi stipendi o ai migliori anni di carriera, come accadeva nel vecchio sistema retributivo. Si calcola così: per tutta la vita lavorativa, ogni contributo che versi viene messo in un “salvadanaio virtuale” chiamato montante contributivo, che viene rivalutato ogni anno in base alla variazione media del PIL nominale degli ultimi cinque anni. Quando vai in pensione, il montante accumulato viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione che dipende dall’età a cui esci dal lavoro. Il risultato è la pensione annua lorda.

I coefficienti di trasformazione vengono aggiornati ogni biennio dal Ministero del Lavoro in base ai dati ISTAT sull’aspettativa di vita. Per il biennio 2025-2026 sono stati rivisti al ribasso (riduzione tra l’1,55% e il 2,18% rispetto al biennio precedente) proprio perché si vive di più, e quindi il montante deve essere distribuito su più anni di pensione. Più tardi vai in pensione, più alto è il coefficiente — è il sistema italiano per “premiare” chi resta al lavoro più a lungo. A titolo orientativo, per il biennio in corso il coefficiente è di circa il 4,2% a 57 anni, sale a circa il 5,7% a 67 anni, e raggiunge il 6,5% a 71 anni.

Tradotto in cifre concrete: se al momento del pensionamento hai un montante di 300.000 euro e vai in pensione a 67 anni con un coefficiente del 5,7%, la tua pensione annua lorda sarà di circa 17.100 euro — circa 1.315 euro al mese su 13 mensilità, da cui poi si toglie l’IRPEF. Lo stesso montante andato in pensione a 71 anni produrrebbe 19.500 euro lordi all’anno; uscire a 64 anni darebbe invece circa 15.500 euro. Tre anni di differenza, qualche migliaio di euro l’anno per il resto della vita.

Le tre porte per uscire

(i canali di pensione nel 2026)

Per i lavoratori autonomi iscritti alla Gestione Separata o a una cassa di categoria, le strade per andare in pensione nel 2026 sono essenzialmente tre. I requisiti anagrafici sono rimasti stabili rispetto al biennio precedente — l’adeguamento alla speranza di vita è stato congelato fino al 31 dicembre 2026 — mentre dal 2027 alcune soglie tornano a crescere di qualche mese.

Pensione di vecchiaia. Si raggiunge a 67 anni di età con almeno 20 anni di contributi versati. Per chi è nel sistema contributivo puro c’è una condizione aggiuntiva: la pensione maturata deve essere almeno pari all’assegno sociale (circa 546 euro mensili nel 2026). Se la pensione calcolata è inferiore a questa soglia, l’uscita slitta a 71 anni con almeno 5 anni di contributi effettivi.

Pensione anticipata ordinaria. Non ha requisito anagrafico: è basata solo sui contributi. Per il 2026 servono 42 anni e 10 mesi di contribuzione effettiva per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne. Per chi ha cominciato a lavorare a 22-25 anni significa poter uscire intorno ai 65 anni; per chi ha cominciato più tardi, la finestra si sposta in avanti. La “finestra mobile” tra maturazione del requisito e prima rata è di tre mesi.

Pensione anticipata contributiva. È la strada pensata specificamente per i contributivi puri post-1996. Si può accedere a 64 anni di età con almeno 20 anni di contribuzione effettiva (esclusa quella figurativa), ma con un vincolo importante: la prima rata di pensione deve essere almeno pari a tre volte l’assegno sociale, cioè circa 1.638 euro mensili lordi nel 2026. La soglia si abbassa a 2,8 volte per le donne con un figlio e a 2,6 volte per le donne con due o più figli. Una novità della Legge di Bilancio 2026 è stata l’abrogazione della possibilità di cumulare la rendita della previdenza complementare per raggiungere questa soglia minima — una stretta significativa, che riduce le possibilità di uscita anticipata per chi ha pensioni pubbliche più basse.

Esistono poi canali agevolati ancora attivi per il 2026 — APE Sociale prorogata fino al 31 dicembre con 63 anni e 5 mesi per categorie protette (disoccupati di lungo periodo, caregiver, lavoratori invalidi, addetti a mansioni gravose), Opzione Donna nei limiti rivisti dalle ultime manovre, Quota 103 in fase di dismissione. Sono però strumenti pensati prevalentemente per il lavoro dipendente e con accesso più difficile per gli autonomi.

Quanto prenderai davvero

(il calcolo che pochi fanno)

I numeri astratti dicono poco. È più utile fare il calcolo con un caso realistico, perché è proprio nel passaggio dalla formula al numero finale che molti lavoratori autonomi si rendono conto per la prima volta della distanza tra l’idea che avevano e la realtà.

Prendiamo un freelance medio iscritto alla Gestione Separata, con un reddito professionale netto di 30.000 euro all’anno per 35 anni di carriera continuativa, dai 32 ai 67 anni. Versa il 26,07%, cioè circa 7.821 euro all’anno di contributi pensionistici. Sommando 35 annualità di versamenti, e ipotizzando una rivalutazione media del montante intorno all’1,5% annuo (cifra prudenziale, in linea con la media degli ultimi anni), il montante contributivo finale si attesta intorno ai 340.000 euro. Applicato il coefficiente di trasformazione di un sessantasettenne (circa il 5,7%), la pensione annua lorda risulta di circa 19.400 euro — poco meno di 1.500 euro lordi al mese su 13 mensilità, da cui togliere l’IRPEF. Al netto, restano circa 1.200-1.250 euro mensili.

Cifra non drammatica, ma significativa. Per fare un confronto: un dipendente del settore privato con lo stesso reddito netto, ma con aliquote contributive totali intorno al 33% (sommando quota datore e quota lavoratore), avrebbe accumulato in 35 anni un montante intorno ai 430.000 euro, con una pensione mensile netta di circa 1.500-1.600 euro. La differenza, a parità di reddito percepito durante la vita lavorativa, è di 300-400 euro al mese — circa 4.500 euro all’anno, per venti o trent’anni di pensione.

Lo scenario peggiora per chi ha redditi più bassi, per chi ha avuto carriere discontinue, e soprattutto per chi non ha versato per 35 anni interi. La Gestione Separata, lo abbiamo detto, è interamente contributiva: ogni anno mancante si traduce in un buco netto nel montante. Per un freelance che ha cominciato a 35 anni con redditi sotto i 20.000 euro, ha attraversato due o tre anni difficili senza versamenti significativi, e arriva a 67 con 30 anni di contribuzione media intorno ai 25.000 euro, il montante finale può fermarsi intorno ai 200.000 euro, con una pensione netta che fatica a superare gli 800-900 euro mensili.

Il problema specifico di chi lavora in proprio: la discontinuità

Il vero rischio previdenziale per un lavoratore autonomo non è solo l’aliquota — il 26% della Gestione Separata, anche se lontano dal 33% del lavoro dipendente, è comunque una cifra significativa. Il rischio vero è la discontinuità. L’autonomo non ha versamenti automatici: ogni euro di contribuzione dipende dalla sua capacità di fatturare, di incassare, di mettere da parte. Anni di vacche magre, periodi di malattia, scelte di vita come la maternità o il caregiver, periodi di formazione o di transizione tra un’attività e l’altra: tutto questo si traduce, nella pratica, in buchi contributivi che il sistema non perdona.

A questo si aggiunge un fenomeno meno noto ma molto frequente: l’auto-riduzione strategica dei versamenti. Molti professionisti in regime forfettario sfruttano la riduzione del 35% sui contributi minimi prevista per i redditi sotto i 17.504 euro, e questa è una scelta legittima e spesso necessaria nel breve periodo. La conseguenza è però una contribuzione ridotta al minimo, che si traduce in un montante più basso e in una pensione futura proporzionalmente più piccola. Risparmiare oggi 1.500 euro di contributi può significare 50-70 euro in meno al mese di pensione per il resto della vita — quasi sempre molto più dei 1.500 euro risparmiati una volta sola.

Per chi ha avuto carriere irregolari, esiste lo strumento del riscatto e dei contributi volontari, che permette di coprire periodi vuoti pagando contributi a posteriori. È una possibilità importante, ma costosa: prima si interviene, meno si paga. Aspettare i 60 anni per recuperare anni mancanti significa pagare cifre molto più alte rispetto a chi affronta lo stesso problema a 40.

La previdenza complementare

(per gli autonomi è quasi un obbligo)

Se la pensione pubblica per i lavoratori autonomi rischia di essere strutturalmente più bassa di quella dei dipendenti — per via di aliquote più basse, discontinuità, riscatto degli anni mancanti — la previdenza complementare smette di essere una scelta opzionale e diventa, di fatto, una necessità strutturale. Non c’è obbligo normativo, ma c’è un’evidenza aritmetica: senza un secondo pilastro, per molti autonomi il tenore di vita in pensione sarà significativamente più basso di quello attivo.

La buona notizia è che dal 2026 il vantaggio fiscale di chi aderisce a un fondo pensione è leggermente aumentato. La Legge di Bilancio 2026 ha alzato il tetto annuo di deducibilità dei contributi versati a forme di previdenza complementare da 5.164,57 euro a 5.300 euro. È una novità che riguarda tutti — dipendenti e autonomi — ma che per i lavoratori autonomi ha un peso particolare, perché è uno dei pochi strumenti di pianificazione previdenziale aggiuntivi a disposizione.

Come funziona, in pratica: i contributi versati a un fondo pensione (negoziale, aperto, o un Piano Individuale Pensionistico) si sottraggono dal reddito imponibile fino al tetto dei 5.300 euro annui, generando un risparmio fiscale immediato pari all’aliquota marginale del contribuente. Per un freelance con reddito netto di 40.000 euro che versa 3.000 euro all’anno in un fondo pensione, il risparmio fiscale annuo è di circa 990 euro (3.000 × 33%, l’aliquota del secondo scaglione dopo il taglio 2026 di cui abbiamo parlato nel numero scorso). In altre parole: lo Stato cofinanzia in misura significativa l’accantonamento previdenziale.

Al momento della prestazione finale — sotto forma di rendita o di capitale — la tassazione del fondo pensione è agevolata: aliquota base del 15%, ridotta dello 0,30% per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9%. Molto meno della tassazione ordinaria sulle stesse cifre. Anche per questo, scientificamente parlando, conviene cominciare presto: più anni di partecipazione, più bassa l’aliquota finale, più tempo per la capitalizzazione del rendimento.

Cosa fare adesso

  1. Richiedi il tuo estratto conto contributivo. Sul portale INPS, con SPID o CIE, accedi al servizio “La mia pensione futura”: ti mostra tutti i contributi accreditati anno per anno e simula la pensione attesa con vari scenari di età di uscita. È il primo controllo che dovrebbe fare ogni autonomo, ed è gratuito. Per chi è iscritto a una cassa professionale, lo stesso servizio è disponibile sul portale della propria cassa.
  2. Verifica eventuali buchi contributivi. Anni in cui hai versato meno del minimale, periodi di formazione, mesi senza fatturato, transizioni tra gestioni diverse. Se ci sono, valuta il riscatto o i contributi volontari prima dei 50 anni: dopo, il costo cresce molto.
  3. Apri (o controlla) un fondo pensione. Se non ne hai uno, l’apertura è veloce e gratuita: bastano un’identità digitale e un conto corrente. Se ne hai già uno, verifica quanto versi all’anno rispetto al tetto di deducibilità di 5.300 euro — molti aderenti versano meno di quanto potrebbero dedurre fiscalmente, perdendo un vantaggio immediato.
  4. Stabilisci un automatismo. Il modo più efficace per costruire un secondo pilastro è automatizzare: bonifico mensile o trimestrale fisso verso il fondo pensione, calcolato come percentuale del fatturato medio. Anche 200 euro al mese, su trent’anni, costruiscono un capitale aggiuntivo significativo.
  5. Rivaluta annualmente. A ogni dichiarazione dei redditi, verifica con il commercialista quanto hai accumulato in pensione obbligatoria e complementare, e ricalibra i versamenti per l’anno successivo. La pensione non si pianifica una volta sola: si pianifica ogni anno.

Costruisci adesso quello che vedrai tra trent'anni

La pensione, per chi lavora in proprio, è esattamente come la propria attività: nessuno la costruisce al posto tuo. Non c’è un datore di lavoro che versa per te ogni mese, non c’è un sistema che funziona in automatico, non c’è un assegno che arriva indipendentemente da quello che hai fatto nei trent’anni precedenti. C’è solo quello che hai accumulato — montante per montante, contributo per contributo, anno per anno — e quello che hai accumulato dipende da quanto ti sei preso seriamente la questione.

I numeri di questo numero non sono incoraggianti, ma non vogliono nemmeno esserlo: vogliono essere onesti. La buona notizia è che il tempo, quando lo si ha davanti, è l’alleato più potente di chi pianifica la propria pensione. Trent’anni davanti significano trent’anni di rivalutazione, di interessi composti, di possibilità di rimediare ai buchi e di costruire il secondo pilastro che serve. Dieci anni davanti significano meno spazio, ma ancora opportunità. Tre anni davanti significano arrivare al traguardo con quello che si ha — punto.

Il numero della tua pensione futura è già scritto da qualche parte, nell’estratto conto contributivo che probabilmente non hai mai controllato. Vale la pena di andare a leggerlo.

Al prossimo numero.