Open Source, è davvero tutto gratis?

di Claudio Andreano

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Il software libero, adottato in misura sempre maggiore dalle PA di tutto il mondo (Italia compresa), presenta indubbi vantaggi, soprattutto economici. Tuttavia non bisogna sottovalutare alcuni costi "nascosti"

La seconda questione potrebbe essere ancora più ostica. Chi ha progettato un sistema software, si sarà certamente reso conto che la progettazione di un sistema non è mai del tutto neutra. In genere c’è un peccato originale in ciascun software: viene riprodotto il modello di funzionamento che è stato richiesto dal committente, o che è nelle consuetudini utilizzare, o che era nella testa dell’analista che lo ha per primo progettato.

A volte anche quando ci sono le opportunità per razionalizzare un sistema, ci si trova davanti un muro difficilmente superabile. Le obiezioni di solito sono del tipo: «abbiamo sempre fatto così», «così ci troviamo bene», «la tale norma anche se non utilizzata non è mai stata abrogata», e via dicendo. Insomma, quando acquistate un software, soprattutto se è complesso, acquistate anche un modello organizzativo che vi vincolerà nell’utilizzo dello stesso.

Certo bisogna distinguere tra software e software. Un conto è un sistema informativo o una porzione significativa di esso (es. gestione della demografia, dell’area finanziaria, tributi, etc.), un altro sono gli strumenti di produttività (Office e suoi derivati), dove l’offerta è ormai standardizzata ed il risparmio certo. Non solo la Germania, ma anche il Vietnam (13 settembre 2007) ha deciso di adottare OpenOffice per 20.000 suoi dipendenti pubblici.

Per concludere, anche se sono convinto che il modello open source sia un modello vincente e si affermerà con sempre maggior vigore negli anni a venire, ritengo che questo modello vada interpretato correttamente, e soprattutto che non si confonda, come troppo spesso siamo abituati a fare, l’open source con il software gratis.