Open Source, è davvero tutto gratis?

di Claudio Andreano

scritto il

Il software libero, adottato in misura sempre maggiore dalle PA di tutto il mondo (Italia compresa), presenta indubbi vantaggi, soprattutto economici. Tuttavia non bisogna sottovalutare alcuni costi "nascosti"

Eppure le PA cercano sempre un software diverso, anche se possono accedere ad una banca dati che inizia ad essere particolarmente interessante, preferiscono fin troppo spesso rivolgersi al mercato esterno, pur in presenza di bilanci sempre più risicati e di risorse sempre più difficili da trovare.

Quella che sembra una contraddizione ha, dal mio punto di vista, più di una motivazione. Intanto perché acquisire un software, anche in modalità open source, comporta sempre e comunque dei costi vivi anche di una certa entità. Il nuovo software va conosciuto: dunque bisogna dedicare del tempo e delle risorse umane (che spesso non ci sono) per capire bene il dettaglio tecnico del software che bisogna portarsi in casa.

Non basta genericamente sapere cosa fa un software, difatti non bisogna essere solo degli utilizzatori, ma bisogna sapere esattamente dove intervenire per poter effettuare le modifiche di proprio interesse. Quindi si devono riconoscere all’altra amministrazione i costi sostenuti: le persone che vengono messe a disposizione per spiegare i dettagli del software e i punti su cui intervenire.

I costi nascosti dell’Open Source

Inoltre è necessario sposare la filosofia del software che vogliamo metterci in casa, e qui nascono due ordini di problemi. Il primo, legato alla piattaforma software utilizzata, può comportare ulteriori investimenti. Ad esempio, se l’applicazione che ho acquisito necessita di Oracle, mentre in casa ho altri gestori di Database, dovrò pensare all’acquisto di licenze Oracle, poi dovrò forse pensare ad un server dedicato, e così via.

Ancora peggio se l’applicazione è stata sviluppata per un mainframe e l’amministrazione utilizza, ad esempio, un sistema client-server. Queste scelte potrebbero non collimare con quella che è la filosofia aziendale della PA: se l’amministrazione (o il suo IT manager) ha deciso di andare solo verso piattaforme specifiche (siano essere Linux, Microsoft, o altro) allora dover gestire piattaforme diverse potrebbe generare un inutile dispendio di energie, di server da manutenere, di persone da preparare sui diversi ambienti di lavoro.